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Alla memoria. Cofferati. Prima Fiom e poi Cgil.

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Ultimo aggiornamento Martedì 27 Gennaio 2015 15:23 Scritto da Sandro Martedì 27 Gennaio 2015 15:15

Cofferati:

errare humanum est,

perseverare autem diabolicum

Fabrizio Marchi

Correva l’anno 2002 e la CGIL guidata da Sergio Cofferati aveva portato a Roma tre milioni di persone in difesa dell’articolo 18.

Il gruppo dirigente dei DS, D’Alema e Fassino in testa, al di là delle dichiarazioni ufficiali, era molto preoccupato perché temeva ciò che in effetti era nell’aria già da tempo, e cioè la decisone di rompere da parte della sinistra interna e la costituzione di un nuovo grande partito della sinistra guidato proprio dall’allora leader della CGIL.

Non quindi la separazione di una esigua minoranza, come fu ad esempio per il caso del gruppo del Manifesto in seguito trasformatosi in Pdup (che per la verità fu espulso) o il rassemblement stile “arcobaleno” di questa e quella nomenclatura di partito in cerca di ricollocazione (non che questi aspetti , comunque fisiologici, non fossero presenti anche allora, sia chiaro, però non erano preponderanti rispetto all’entità del processo in corso o a quello che sembrava essere tale…) ma la nascita di un nuovo grande partito rappresentativo della gran parte del mondo del lavoro dipendente, che avrebbe avuto nella CGIL il suo architrave.

Un’ipotesi verso la quale in molti stavano da tempo lavorando anche e soprattutto all’interno dei DS. La nascita di questa nuova formazione politica avrebbe infatti “trascinato” con se tutto quello che si muoveva a sinistra grazie alla sua spinta propulsiva (inclusi quei movimenti di massa che in quella fase storica erano molto ampi e diffusi e che sia pure da un punto di vista molto critico avrebbero comunque avuto un interlocutore politico che fino a quel momento non avevano), avrebbe goduto dell’appoggio della grande maggioranza degli elettori di sinistra, fra cui milioni di iscritti alla CGIL (i sondaggi erano in voga anche allora e già da molto tempo…), e di fatto liquidato politicamente i DS (e il suo gruppo dirigente).

All’interno di questi ultimi erano già in tanti con le valigie in mano, come si suol dire, non solo dirigenti e quadri, ma decine e decine di migliaia di iscritti e militanti. Mancava solo l’annuncio ufficiale da parte di Cofferati che tutti stavano aspettando da un momento all’altro, specialmente quel popolo della sinistra che lo aveva di fatto già “incoronato” segretario del nuovo partito, prima ancora che questo nascesse, il 23 marzo del 2002, cioè il giorno della grande, oceanica manifestazione di Roma contro l’abolizione dell’articolo 18.

Quell’annuncio non avvenne mai e Cofferati si ritirò in buon ordine. Ricordo bene i dubbi e lo sgomento di molti che si erano spesi politicamente e personalmente in quel progetto abortito (oltre il limite massimo…) e che non riuscivano a spiegarsi le ragioni del suo improvviso dietrofront. C’era addirittura chi sospettava che fosse stato pesantemente e personalmente ricattato,chi invece (e il sottoscritto era fra questi) riteneva che fossimo in presenza di un inetto, di un nano politico che alla prova del nove non aveva avuto la forza di dare seguito e corpo a quel progetto politico che si era spontaneamente messo in movimento e che non aveva la capacità e l’autorevolezza di guidare. In parole ancora più povere, l’uomo sbagliato (Cofferati è sempre stato un ultramoderato né è mai stato dotato di particolari doti intellettuali) al posto sbagliato. Un uomo che le circostanze e i paradossi della storia avevano collocato in un ruolo che non era il suo. E’ probabile che abbia anche tirato un sospiro di sollievo quando qualche plenipotenziario dei DS gli avrà proposto:”Lascia perdere tutto, fai un passo indietro, ci pensiamo noi a te, ti garantiamo una bella e soprattutto comoda carriera, fai il parlamentare o l’europarlamentare e così via, ti “sistemi” e non devi più preoccuparti di niente”.

Da parte sua, silenzio assoluto. Ricomparirà sulla scena politica un paio d’anni più tardi in occasione della sua candidatura da parte dei DS e del centrosinistra come sindaco di Bologna. In questa veste balzerà alle cronache per la sua campagna contro i lavavetri abusivi colpevoli di disturbare gli automobilisti, per quella contro i graffiti sui muri e per l’ordinanza con la quale vietava ai locali del centro storico di vendere alcoolici dopo le 22. Ogni commento è superfluo…

Dopo questa esperienza come amministratore pubblico, all’insegna di un rozzo quanto scontato perbenismo (anche venato di un certo razzismo…) tipico, diciamoci la verità, di un certo provincialismo piccolo borghese che in questo paese non è mai venuto meno e quando morirà (se mai morirà…) non sarà mai troppo tardi, il “nostro” viene candidato al Parlamento europeo dover resterà per un paio di legislature. Nel frattempo,naturalmente , sarà tra i fondatori nel 2007 del Partito Democratico, dal quale ora ha deciso di uscire perché – dice lui, in buona sostanza –“lo spirito che animava coloro che hanno deciso di dar vita a quel partito è stato tradito, in occasione delle primarie per la scelta del candidato del centrosinistra alla presidenza della Regione Liguria, da metodi e comportamenti che hanno caratterizzato quelle stesse primarie che nulla hanno a che vedere con quello spirito”.

Nel caso specifico gli crediamo sulla parola. Non abbiamo dubbi sul fatto che le primarie liguri del Pd  siano state caratterizzate – come lui stesso ha denunciato – da brogli, compravendita di voti di extracomunitari (più squallida e sporca non potevano organizzarla…) e accordi con il centrodestra che ha portato i suoi a votare per farlo fuori e favorire la candidata renziana (cosa peraltro già accaduta nelle primarie che avevano visto trionfare Renzi su Cuperlo…).

Il problema vero non è questo, e tutto sommato non è neanche quello di sapere se in caso di vittoria, nonostante i brogli e la vergogna degli extracomunitari pagati per votare la sua concorrente, avesse mantenuto la decisione di uscire ugualmente dal PD. Verosimilmente mi sento di dire che sarebbe rimasto ma, come ripeto, non è questo il punto (del resto, credo che già percepisca una superpensione d’oro…).

Il punto vero è che questo mediocre e insignificante uomo d’apparato, già responsabile del fallimento di un progetto politico che con tutti i suoi limiti avrebbe potuto cambiare i rapporti di forza all’interno della sinistra e soprattutto avrebbe potuto rappresentare un minimo di argine all’offensiva neoliberista che sta letteralmente devastando il mondo del lavoro, viene tuttora individuato da molti (compreso il leader della Fiom, Landini) come il leader  di un possibile nuovo partito della sinistra.

Ora,  “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”, come recita questo vecchio detto latino.

L’ “errore”, in questo caso, appare ancora più “diabolico” nel momento in cui coloro che dovrebbero dar vita a questo possibile nuovo soggetto

vengono individuati in personaggi considerati “nuovi” o relativamente tali come Pippo Civati e Stefano Fassina

(dietro ai quali continuerebbero peraltro a muovere le fila i vari D’Alema, Vendola ecc .).

Ci sarebbe da ridere se non fosse che in molti stanno prendendo la cosa seriamente.

Mi sento naturalmente di scongiurare questa ipotesi, non certo perché sia pregiudizialmente contrario alla possibilità della costruzione di un soggetto politico che rappresenti le ragioni e gli interessi dei ceti sociali popolari e subalterni (cioè potenzialmente e in linea teorica la maggioranza delle persone),  ma perché penso che un soggetto politico di questo genere debba avere tutt’altra genesi, debba nascere da una dialettica e da una conflittualità sociale reale e non debba avere nulla a che fare con le dinamiche interne di questa o quella nomenclatura in cerca di riposizionamento e di spazio politico (e di conseguenza debba dotarsi di un gruppo dirigente che sia l’espressione di quella dialettica) .

Leggendo qua e là, anche sulla rete, vedo molti (fra cui anche amici e persone degne di stima) guardare con simpatia e con favore all’ipotesi di cui sopra. Li invito, con l’umiltà dovuta, ad una profonda riflessione nel merito e ad una rivisitazione delle loro posizioni.

Ben altro, ben più complesso e decisamente in salita, è il percorso da intraprendere.

 

Stop TTIP Italia: verso il 18 aprile.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 26 Gennaio 2015 14:48 Scritto da Sandro Lunedì 26 Gennaio 2015 14:45

Stop TTIP Italia: verso il 18 aprile.

Le nuove iniziative

Con il 2015 e la fine del semestre italiano, scatta la fase due della Campagna Stop TTIP Italia.

Dopo il primo lavoro di consolidamento (che continua), con decine di comitati e contatti locali creati nei vari territori e centinaia di iniziative, l’obiettivo è il prossimo 18 aprile 2015, giornata di azione globale contro #TTIP e #CETA.

In vista di quell’appuntamento, e a meno di due settimane dal prossimo Round negoziale TTIP a Bruxelles, la campagna italiana ridefinisce le proprie priorità per aumentare le pressioni su Governi e negoziatori:

viene lanciata anche in Italia, in collaborazione con le reti internazionali, la raccolta di firme contro il TTIP e il CETA, un link permanente sul sito Stop TTIP permetterà a tutti di aderire e di diffonderla;

contemporanemente si aumenta la pressione su parlamentari nazionali ed europei perchè prendano posizione sul TTIP a cominciare dalle ragioni della Campagna.

Il 2015 può essere l’anno cruciale per affossare definitivamente il #TTIP. E per farlo c’è bisogno della collaborazioni di tutti.

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La contro riforma del lavoro. Renzi va avanti. I dissensi si ampliano.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 19 Gennaio 2015 15:45 Scritto da Sandro Lunedì 19 Gennaio 2015 15:40

La rivoluzione del voucher

Secondo il legislatore, quello di licenziare non è un potere da limitare,ma,’al contrario, un diritto da proteggere. E lo Stato ne facilita l’esercizio a tal segno da non esitare a finanziarne perfino l’abuso.

Coi decreti legislativi approvati dal Consiglio dei ministri la vigilia di Natale può dirsi che la ri-progettazione del diritto del lavoro sta entrando nella fase operativa. Secondo Matteo Renzi, è stata innescata “una rivoluzione copernicana”.  L’innesco consiste nello scambio tra l’abbassamento della tutela in caso di licenziamento illegittimo e l’attività assistenziale svolta a favore del licenziato da un’agenzia (anche privata) per il lavoro istituzionalmente accreditata che, in virtù del “contratto di ricollocazione” che sarà possibile stipulare grazie alla disponibilità di risorse pubbliche, si obbliga a trovargli una nuova occupazione dietro un corrispettivo incassabile “soltanto a risultato ottenuto”. 

L’espediente è ricco meno di ingegnosità che di criticità sia da un punto di vista empirico, perché nel nostro paese la carenza di politiche attive del lavoro è una costante storica, sia dal punto di vista giuridico. Infatti, qualunque giurista appena dotato di buon senso è imbarazzato dagli interrogativi che la novità suscita. Sono numerosi.

Il primo attiene alla ratio della previsione di stanziamenti pubblici per attutire (alcuni dei) danni provocati da illeciti civili. E’ un’indulgenza paradossale: lo Stato sovvenziona il complesso delle misure di contenimento di danni derivanti da comportamenti di cui lo stesso Stato, attraverso i suoi giudici, ha accertato l’illiceità. E’ possibile spiegarselo soltanto così: secondo il legislatore, quello di licenziare non è un potere da limitare. Tutt’al contrario, è un diritto da proteggere. Sempre. Per questo, lo Stato ne facilita l’esercizio a tal segno da non esitare a finanziarne perfino l’abuso.       

Il secondo interrogativo attiene alla vastità della platea dei potenziali interessati: sono soltanto gli assunti, e successivamente licenziati, col contratto introdotto dal decreto pre-natalizio o anche coloro che senza colpa hanno perso il lavoro in epoca anteriore e non ne hanno ancora trovato un altro? Il legislatore tace. Se il silenzio valesse assenso, bisognerebbe con ogni probabilità rivedere l’entità delle risorse finanziarie attualmente stanziate – modeste, comunque. In caso contrario, si creerebbe una discriminazione di trattamento nel periodo post-occupazionale in palese violazione del principio costituzionale d’eguaglianza.

Ad ogni modo, una discriminazione si produce immediatamente tra gli stessi assunti con contratto a tempo indeterminato c.d. “a tutele crescenti” in relazione all’anzianità di servizio. Quanti di loro accetteranno l’offerta del datore di lavoro, incentivata dallo stesso decreto, di astenersi dall’impugnare in sede giudiziaria il licenziamento, o di rinunciarvi qualora l’avessero già impugnato, non hanno il diritto a ricevere il voucher. Infatti, quest’ultimo spetta al lavoratore licenziato “illegittimamente” e soltanto il giudice può stabilire che il licenziamento è illegittimo.

Terzo interrogativo. Per attivare la struttura specializzata nella ricerca di nuova occupazione, l’interessato deve “presentare il voucher (…) rappresentativo della dote di ricollocazione” che ha precedentemente ricevuto dal Centro per l’impiego territorialmente competente. Il legislatore ha voluto chiamare leziosamente “dote” un peculium che altro non è se non l’equivalente del costo sostenuto dallo Stato per ricollocare chi ha perso il lavoro in seguito ad una illegale estromissione dall’azienda cui apparteneva. I criteri di computo il legislatore non li esplicita e l’assegnatario della “dote” può soltanto accettare il voucher. Che sarà avaro o generoso. Dipende, perché “l’ammontare è proporzionato in relazione al profilo professionale di occupabilità” del soggetto – ossia, in relazione alle probabilità di re-impiego.

Tuttavia, è ragionevole supporre che, per praticità, la consistenza pecuniaria delle “doti” sarà differenziata per classi omogenee. E’ dato congetturare infatti che squadre di esperti costruiranno più o meno arbitrarie scale di valori monetari variabili nel tempo e nello spazio che rispecchieranno la gerarchia di status professionali prefigurata dalle preferenze dei mercati. Pertanto, i soggetti in possesso delle professionalità più richieste avranno una “dote” meno sostanziosa perché più alta è la probabilità di trovare una nuova occupazione ed è vera la reciproca. Viste le dimensioni della disoccupazione e le ristrettezze di bilancio, però, è facile prevedere che le imprecazioni si sprecheranno. 

Infine, bisogna interrogarsi sull’effettività sia del “diritto del lavoratore a sottoscrivere il contratto di ricollocazione” con l’agenzia sia del suo “diritto ad una assistenza appropriata”. Non basta asserire che l’agenzia ha l’obbligo legale a contrarre. Dopotutto, si è in presenza di un operatore economico che agisce per fare profitto d’impresa. Pertanto, tenuto conto del principio di corrispettività che governa i contratti di scambio, è realistico che la controprestazione sia proporzionata al voucher e, poiché è presumibile che la consistenza media delle “doti” sarà mediamente esigua, l’assistenza prestata sarà presumibilmente mediocre.

Umberto Romagnoli
Professore di Diritto del Lavoro presso l'Università di Bologna.
Membro dell'Editorial Board di Insight.
   

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