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NEL “MONDO DI MEZZO” LA POLITICA-PARTITICA

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Ultimo aggiornamento Martedì 09 Dicembre 2014 09:33 Scritto da Sandro Venerdì 05 Dicembre 2014 18:23

NEL “MONDO DI MEZZO” LA POLITICA-PARTITICA VIVE PER SCOVARE IL PROFITTO,

I LAVORATORI E I CITTADINI MUOIONO NELL’INSEGUIRE

LE TRACCE DEL LORO ESSERE IN COMUNITÀ.

LE FANTASIE DEL DECRETO COTTARELLI

E LA REALTÀ DEI SERVIZI PUBBLICI LOCALI

La difesa dei servizi pubblici dal pensiero unico della privatizzazione ad ogni costo deve segnare, con l’inchiesta  Mafia capitale, una riflessione profonda in merito alla gestione della cosa pubblica, soprattutto a Frosinone protagonista di una accelerazione nella gestione privatistica dei servizi, scelte attraversate dai lampi delle inchieste amministrative e penali.

Il “ramificato sistema corruttivo” in vista dell’assegnazione di appalti e finanziamenti pubblici dal Comune di Roma non si determina appunto soltanto con gestioni truffaldine, ma come sistema che trova la sua ragion d’essere proprio nella ricerca in tutti i settori della nostra vita quotidiana di un possibile ritorno economico. Niente di nuovo quindi: il capitale tenta da sempre di ridurre tutto al profitto, di abbordare la nave pubblica in difficoltà; di riuscire a capitalizzare ciò che i cittadini, gli operatori e le organizzazioni civili e sociali hanno nel tempo ottenuto e costruito come i servizi di natura pubblica e per tutti.

Il profitto che si chiama “utile d’impresa”", previsto anche per le cooperative sociali, è il primo step, non necessariamente il più importante, nelle esternalizzazioni. Intanto si introduce una mission, quella del profitto appunto, del tutto estranea e contraria al concetto di servizio pubblico.

A seconda delle convenienze e delle dimensioni del potere in essere presso i territori, si spacchettano servizi e parti di essi, rendendoli appetibili dalle piccole società o cooperative, agendo in primis proprio nei confronti dei servizi pubblici privi di rilevanza economica che si finanziano principalmente attraverso la fiscalità generale a fronte di un interesse generale alla fornitura di certi servizi. (nel caso di Roma la gestione dei centri di accoglienza per gli stranieri e campi nomadi e nella manutenzione del verde pubblico, ecc):

A ciò si aggiunge, quasi inconsciamente, la precarizzazione del lavoro e il conseguente sfruttamento che ampia “l’utile d’impresa”.  Va da sé che inizia un peggioramento dei servizi. Essi diventano per la cittadinanza non convenienti; non efficienti; non flessibili organizzativamente: si deve ricorrere ad altre indispensabili attività collaterali che a loro volta dovranno essere appaltate all’esterno con maggiori costi per l’ente.

Contestualmente si riduce l’autonomia di gestione per gli enti locali, che non controllano più l’efficacia e l’efficienza del servizio, e non operano nella redistribuzione di risorse e reddito attraverso il lavoro. Si alimenta un metodo clientelare e corrotto che selezione a sua volta personale politico senza scrupoli.

Viene introdotto l’idea di una esternalizzazione che serve a costruire, dunque, non solo un utile dove prima non c’era ma anche un “consenso politico”, vero scambio della esternalizzazione. Spesso ci si avvale di imprese che gravitano negli entourage della politica e che fanno imprenditoria con soldi pubblici, da gestire anche senza alcuna capacità e mezzi. Più si abbassa la richiesta di qualità e di professionalità più il terreno di competizione è minato. Si crea ulteriormente quel personale, amorfo, “cuscinetto amministrativo” pronto ad obbedire a qualsiasi disegno del potere replicando, quindi con doppi costi, strutture amministrative pubbliche già esistenti. Questo personale “lavora sporco” con un target preciso: pressioni sui dipendenti al fine di ridurre il salario e/o aumentare le ore lavorative a parità dello stesso.

Con l’esternalizzazione si apre lo spazio alla privatizzazione del servizio a totale carico dei cittadini. Si elevano i costi (prezzi) dei servizi, tendenzialmente a carico dell’utente, per renderli appetibili al mercato. In questo caso l’azione di scambio tra amministrazione e consenso attraverso l’“utile d’impresa”, alimentata e sperimentata con soldi pubblici, genera il mostro del servizio che rimane pubblico ma su cui il privato genera un profitto tendenzialmente a totale carico del cittadino. Con la privatizzazione lo scambio politico non è più una opportunità ma una condizione senza ritorno: il pubblico si priva nel tempo di risorse, mezzi e professionalità impedendo il rientro nella sfera pubblica del servizio.

Nel frattempo la politica e il profitto, che hanno per definizione la necessità di sempre di nuovo ossigeno, si preparano alla strada per la esternalizzazione di altri servizi, anche oramai quelli tradizionalmente in carico ancora alla pubblica amministrazione e che fino  a qualche tempo fa si pensava intoccabili (la gestione dei tributi ad esempio).

Si tenta di divaricare in maniera irreversibile il percorso di offerta gratuita e universalistica dei servizi, incanalandoli sul terreno di un non ben definito utilitarismo economico, come chiarisce bene il decreto Cottarelli, Programma di razionalizzazione delle partecipate locali, strumento del pensiero unico delle esternalizzazioni e delle privatizzazioni, che individua principalmente i cinque tradizionali servizi pubblici di rilevanza economica a rete (elettricità, acqua, gas, rifiuti, trasporto pubblico locale – TPL).  Esso propone due piani di intervento: induce alla riduzione dei servizi gestiti in proprio o attraverso socetà in house degli enti locali; lavora per l’efficientamento della loro gestione, anche attraverso la comparazione con altri operatori che operano a livello nazionale e internazionale individuando “gli ambiti ottimali (ATO) per lo svolgimento delle rispettive attività”. Cottarelli (o Renzi) senza nascondersi afferma che ci sono troppi servizi a costo zero per tutti, che invece devono essere messi sul mercato e non più soltanto su quello locale, ma su quello internazionale:  insomma debbono far gola alle multinazionali, creando un profitto ancora maggiore.

La gestione di servizi con l’esternalizzazione, con la privatizzazione, con la svendita di risorse e professionalità, con l’alienazione dei beni, solo negli ultimi venti anni, ha visto sfuggire il controllo delle politiche universalistiche sia statali e soprattutto locali disegnando sempre più servizi che vanno nell’interesse dei privati e della loro principale mission, quella del profitto, piuttosto che le esigenze delle comunità. Non a caso sono aumentati il costo dei servizi, gratuiti qualche tempo fa, le tasse e le bollette;  si è distrutto il territorio, alienato il patrimonio, contratto debiti…

Risultano irrintracciabili: politiche sociali di redistribuzione del reddito (il numero delle famiglie con risorse scarse è 1/3 in più di 15 anni fa, arrivando quasi al 45% della popolazione, fonte ISTAT), reddito che invece si è trasferito verso i piani alti delle amministrazioni e verso i privati; politiche volte all’espansione della spesa (salute e sanità prima di tutto), nonostante l’aumento vertiginoso delle tasse; trasferimenti di risorse ai territori per far fronte al welfare, sostituiti da investimenti pubblici per  speculazioni private attraverso le grandi opere pubbliche; politiche in difesa dell’occupazione – le persone senza lavoro sono raddoppiate negli ultimi 7 anni -, con uno sfilacciamento delle istituzioni e degli spazi di prossimità in difesa del lavoro.

Le vicende raccontate a “Mafia capitale” sono facilmente sovrapponibili a molte, moltissime, città della perversa Italia. La magistratura farà il lavoro, forse troppo lentamente e contraddittoriamente; la politica accuserà altri e alzerà a barriera i luoghi comuni della colpa di alcuni; gli amministratori locali correranno a mettere pezze ai buchi dei loro inconfessabili raggiri; rimangono le realtà sociali e civili già impegnate strenuamente nel difendere il diritto di tutti e di ognuno alla fruizione dei servizi contro il saccheggio di risorse, di territorio, di ambiente.

C’è bisogno di fare rete, per imporre un’altra etica nella gestione delle nostre comunità e per ridefinire correttamente i campi dell’agire politico.

Di tempo non c’è molto, prima che il capitale ce lo sottragga del tutto.

 

Comunicato USI Scuola Università Ricerca Formazione

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Ultimo aggiornamento Giovedì 27 Novembre 2014 10:01 Scritto da Sandro Giovedì 27 Novembre 2014 09:57

Comunicato USI Scuola Università Ricerca Formazione

USI S.U.R.F. ITALIA.

Condannato il Governo italiano e la sua arroganza, da sentenza della Corte di Giustizia Europea del 26 novembre 2014, sui ricorsi per la irregolarità dei contratti a tempo determinato (uso eccessivo oltre i 36 mesi di servizio, senza assunzione e stabilizzazione) per i precari insegnanti di scuola statale italiana.

E' un primo risultato, la lotta prosegue...(riceviamo e inoltriamo il messaggio mandato su facebook oggi)

e mail Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

Confederazione USI

fondata nel 1912

 

L'USI SCUOLA UNIVERSITA' RICERCA FORMAZIONE FESTEGGIA DOPO ANNI DI LOTTE E DI SCIOPERI LA STORICA SENTENZA DELLA CORTE DI GIUSTIZIA EUROPEA CHE PUNISCE QUESTO GOVERNO E DICE BASTA AL PRECARIATO STORICO --- L'USI DA' LA DISPONIBILITA' DELLE PROPRIE SEDI A PARTIRE DA ROMA, MILANO, FOGGIA ... A SEGUIRE I RICORSI PER OTTENERE QUANTO DOVUTO TRAMITE GLI STUDI LEGALI COLLEGATI (CHE HANNO GIA' SEGUITO LA BATTAGLIA E LA SENTENZA, si ringrazia l'avvocato SERGIO GALLEANO, che ha seguito il ricorso e collabora con l'USI da 20 anni) ..... FORZA ... ORA NON SI POTRANNO PIU' RIFIUTARE DI RICEVERE DELEGAZIONI, COME IL 14 NOVEMBRE AL M.I.U.R. (Ministero dell'Istruzione, Università, Ricerca) è successo agli scioperanti...LO LOTTA PROSEGUE


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TTIP, libero scambio?

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Scritto da Sandro Martedì 25 Novembre 2014 17:24

TTIP, libero scambio?

No, protezionismo per le multinazionali

Comidad

A distanza di sette anni dall'avvio del negoziato, ed in prossimità della scadenza del 2015, finalmente la questione del TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership, la "NATO economica") sta arrivando a conoscenza della gran parte della pubblica opinione. Quando i giochi sono già fatti, e tutto è stato deciso, allora è il caso di dare avvio al "dibattito democratico", anche se con gli opportuni accorgimenti. I post sulle testate online sono infatti equamente distribuiti tra favorevoli e contrari, in modo da fornire l'impressione di un equilibrio. Se un'opinione vale l'altra, questo TTIP non sarà poi così spaventoso da giustificare certe preoccupazioni. In tal modo, anche i sette anni di segretezza diventano un dettaglio trascurabile.

Queste tecniche di manipolazione puerili, ma sempre efficaci, vengono messe in atto in questo periodo anche per la "riforma" della Scuola. Il governo Renzi ha spinto la finzione al punto da allestire uno sportello di "ascolto" per le proposte dei cittadini. La "Buona Scuola" di Renzi si concede un bagno di democrazia, e molti cittadini, pur consapevoli di non contare nulla, si offrono volentieri all'abluzione rituale.

Si tratta poi dello stesso Renzi che ha dichiarato il suo appoggio "incondizionato" all'iniziativa del TTIP. A fronte di un negoziato ufficialmente ancora in corso, un aggettivo come "incondizionato" risulta piuttosto pesante da parte di un capo di governo, poiché compromette l'esito della trattativa. In altri tempi una tale dichiarazione avrebbe configurato il reato di alto tradimento, cioè la conclamata volontà di non tenere conto degli interessi del proprio Paese pur di compiacere il cosiddetto "alleato". Ma oggi un Presidente del Consiglio" può permettersi di sbracare tranquillamente, tra i canti di laude dei cori angelici della stampa ufficiale.

Il fatto grave è che l'aggettivo "incondizionato" non è semplicemente una delle tante boutade renziane, ma si riferisce proprio all'aspetto cruciale del TTIP, che non riguarda certo la libera circolazione delle merci. I dazi in vigore nell'interscambio commerciale USA-EU sono già bassissimi, e potevano essere pacificamente aboliti senza bisogno di un ulteriore trattato. Ma la diatriba storica tra protezionismo e liberoscambismo è puramente di facciata, e serve solo a gettare fumo negli occhi. Il cosiddetto "liberoscambismo" non è altro che uno slogan di copertura per una forma più subdola e aggressiva di protezionismo, dato che i vari trattati di "libero scambio" - dal WTO, al NAFTA al costituendo TTIP - sono costellati di clausole tendenti a favorire, in modo palese o occulto, le compagnie multinazionali.

Il punto cruciale del TTIP riguarda infatti la normativa di protezione degli interessi delle multinazionali, a cui verrebbe concesso anche il privilegio di citare in giudizio gli Stati che danneggino i loro interessi, eventualmente con legislazioni a favore dell'ambiente o del consumatore. Un privilegio del genere non verrebbe mai concesso ai comuni cittadini, ma alle multinazionali sì. Nessun pensionato potrà mai citare in giudizio lo Stato per la riforma Fornero, e nessun disoccupato potrà trascinare Renzi davanti ad un giudice per il "Jobs Act". L'uguaglianza davanti alla Legge è sempre stata un mito, ma è interessante il fatto che si voglia seppellire persino il mito con un apposito trattato.

Nella ricorrenza del venticinquennale della Caduta del Muro di Berlino, sta diventando popolare anche da noi un luogo comune che circola da tempo nei Paesi dell'Est Europa, secondo il quale i regimi comunisti mentivano sul comunismo, ma dicevano la verità sul capitalismo. In realtà la menzogna era più complessiva e insidiosa, poiché il cosiddetto "socialismo reale" condannava sì il capitalismo, ma offrendone nel contempo un'immagine piuttosto edulcorata e rassicurante, un celebrativo ritratto "nature", uno scenario suggestivo di competizione selvaggia e di individualismo sfrenato. Al contrario, il "capitalismo reale" costituisce uno squallido fenomeno di criminalità comune, che nel corso dei secoli si è specializzato nel rivendicare e ottenere ogni tipo di assistenza e protezione da parte dello Stato. Mentre gli economisti ci narrano la fiaba del mercato, le multinazionali praticano la predazione assistita dallo Stato.

Oggi improvvisamente si scopre l'acqua calda, e cioè che l'attuale presidente della Commissione Europea - quella mezza figura di Juncker -, può vantare come suo unico merito quello di essere stato per anni a capo di un Paese, il Lussemburgo, diventato un paradiso fiscale per le multinazionali. Allo scopo di favorire l'evasione, per Juncker ogni espediente era buono, sia "legale" che fraudolento.

Altro che "burocrate"!

Anzi, uno Juncker missionario dell'assistenzialismo per ricchi.

da sinistrainrete

   

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