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D.L. 20-3-2014 n. 34. Renzi-Napolitano.

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Ultimo aggiornamento Martedì 29 Aprile 2014 10:03 Scritto da Sandro Lunedì 31 Marzo 2014 09:58

D.L. 20-3-2014 n. 34
Disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell'occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese.
Pubblicato nella Gazz. Uff. 20 marzo 2014, n. 66.


Epigrafe

Premessa

Capo I
Disposizioni in materia di contratto di lavoro a termine e di apprendistato

Art. 1. Semplificazione delle disposizioni in materia di contratto di lavoro a termine

Art. 2. Semplificazione delle disposizioni in materia di contratto di apprendistato

Capo II
Misure in materia di servizi per il lavoro, di verifica della regolarità contributiva e di contratti di solidarietà

Art. 3. Elenco anagrafico dei lavoratori

Art. 4. Semplificazioni in materia di documento di regolarità contributiva

Art. 5. Contratti di solidarietà

Art. 6. Entrata in vigore



D.L. 20 marzo 2014, n. 34   (1).

Disposizioni urgenti per favorire il rilancio dell'occupazione e per la semplificazione degli adempimenti a carico delle imprese.

(1) Pubblicato nella Gazz. Uff. 20 marzo 2014, n. 66.


IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Visti gli articoli 77 e 87 della Costituzione;

Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di emanare disposizioni volte a semplificare alcune tipologie contrattuali di lavoro, al fine di generare nuova occupazione, in particolare giovanile;

Ritenuta la straordinaria necessità ed urgenza di semplificare le modalità attraverso cui viene favorito l'incontro tra la domanda e l'offerta di lavoro;

Ritenuta altresì la straordinaria necessità ed urgenza di semplificare e razionalizzare gli adempimenti a carico delle imprese in relazione alla verifica della regolarità contributiva;

Ritenuta, in fine, la straordinaria necessità ed urgenza di individuare ulteriori criteri per il riconoscimento della riduzione contributiva per i datori di lavoro che stipulano contratti di solidarietà che prevedono la riduzione dell'orario di lavoro, nonché di incrementare le risorse finanziarie destinate alla medesima finalità;

Vista la deliberazione del Consiglio dei ministri, adottata nella riunione del 12 marzo 2014;

Sulla proposta del Presidente del Consiglio dei ministri e del Ministro del lavoro e delle politiche sociali;


EMANA

 

il seguente decreto-legge:

Capo I


Disposizioni in materia di contratto di lavoro a termine e di apprendistato

Art. 1.  Semplificazione delle disposizioni in materia di contratto di lavoro a termine

1.  Al decreto legislativo 6 settembre 2001, n. 368, sono apportate le seguenti modificazioni:
a)  all'articolo 1:
1)  al comma 1: le parole da «a fronte» a «di lavoro.» sono sostituite dalle seguenti: «di durata non superiore a trentasei mesi, comprensiva di eventuali proroghe, concluso fra un datore di lavoro o utilizzatore e un lavoratore per lo svolgimento di qualunque tipo di mansione, sia nella forma del contratto a tempo determinato, sia nell'ambito di un contratto di somministrazione a tempo determinato ai sensi del comma 4 dell'articolo 20 del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276. Fatto salvo quanto disposto dall'articolo 10, comma 7, il numero complessivo di rapporti di lavoro costituiti da ciascun datore di lavoro ai sensi del presente articolo, non può eccedere il limite del 20 per cento dell'organico complessivo. Per le imprese che occupano fino a cinque dipendenti è sempre possibile stipulare un contratto di lavoro a tempo determinato.»;
2)  il comma 1-bis è abrogato;
3)  il comma 2 è sostituito dal seguente: «2. L'apposizione del termine di cui al comma 1 è priva di effetto se non risulta, direttamente o indirettamente, da atto scritto.»;
b)  all'articolo 4, comma 1, secondo periodo, le parole da: «la proroga» fino a: «si riferisca» sono sostituite dalle seguenti: «le proroghe sono ammesse, fino ad un massimo di otto volte, a condizione che si riferiscano».

2.  All'articolo 20, comma 4, del decreto legislativo 10 settembre 2003, n. 276, i primi due periodi sono soppressi e al terzo periodo dopo le parole: «della somministrazione» sono inserite le seguenti: «di lavoro».



Art. 2.  Semplificazione delle disposizioni in materia di contratto di apprendistato

1.  Al decreto legislativo 14 settembre 2011, n. 167, sono apportate le seguenti modificazioni:
a)  all'articolo 2:
1)  al comma 1, la lettera a) è sostituita dalla seguente: «a) forma scritta del contratto e del patto di prova;»;
2)  al comma 1, la lettera i) è abrogata;
3)  i commi 3-bis e 3-ter sono abrogati;
b)  all'articolo 3 è aggiunto, in fine, il seguente comma: «2-ter. Fatta salva l'autonomia della contrattazione collettiva, in considerazione della componente formativa del contratto di apprendistato per la qualifica e per il diploma professionale, al lavoratore è riconosciuta una retribuzione che tenga conto delle ore di lavoro effettivamente prestate nonché delle ore di formazione nella misura del 35% del relativo monte ore complessivo.»;
c)  all'articolo 4, al comma 3, le parole: «, è integrata,» sono sostituite dalle seguenti: «, può essere integrata,».

2.  All'articolo 1 della legge 28 giugno 2012, n. 92, il comma 19 è abrogato.


Capo II

Misure in materia di servizi per il lavoro, di verifica della regolarità contributiva e di contratti di solidarietà

Art. 3.  Elenco anagrafico dei lavoratori

1.  All'articolo 4, comma 1, del decreto del Presidente della Repubblica 7 luglio 2000, n. 442, le parole: «Le persone» sono sostituite dalle seguenti: «I cittadini italiani, comunitari e stranieri regolarmente soggiornanti in Italia».

2.  All'articolo 2, comma 1, del decreto legislativo 21 aprile 2000, n. 181, le parole: «nel cui ambito territoriale si trovi il domicilio del medesimo», sono sostituite con le seguenti: «in qualsiasi ambito territoriale dello Stato».


Art. 4.  Semplificazioni in materia di documento di regolarità contributiva

1.  A decorrere dalla data di entrata in vigore del decreto di cui al comma 2, chiunque vi abbia interesse verifica con modalità esclusivamente telematiche ed in tempo reale la regolarità contributiva nei confronti dell'INPS, dell'INAIL e, per le imprese tenute ad applicare i contratti del settore dell'edilizia, nei confronti delle Casse edili. L'esito dell'interrogazione ha validità di 120 giorni dalla data di acquisizione e sostituisce ad ogni effetto il Documento Unico di Regolarità Contributiva (DURC), ovunque previsto, fatta eccezione per le ipotesi di esclusione individuate dal decreto di cui al comma 2.

2.  Con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze e, per i profili di competenza, con il Ministro per la semplificazione e la pubblica amministrazione, sentiti INPS e INAIL, da emanarsi entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente disposizione, sono definiti i requisiti di regolarità, i contenuti e le modalità della verifica nonché le ipotesi di esclusione di cui al comma 1. Il decreto di cui al presente comma è ispirato ai seguenti criteri:
a)  la verifica della regolarità in tempo reale riguarda i pagamenti scaduti sino all'ultimo giorno del secondo mese antecedente a quello in cui la verifica è effettuata, a condizione che sia scaduto anche il termine di presentazione delle relative denunce retributive e comprende anche le posizioni dei lavoratori con contratto di collaborazione coordinata e continuativa anche a progetto che operano nell'impresa;
b)  la verifica avviene tramite un'unica interrogazione negli archivi dell'INPS, dell'INAIL e delle Casse edili che, anche in cooperazione applicativa, operano in integrazione e riconoscimento reciproco, indicando esclusivamente il codice fiscale del soggetto da verificare;
c)  nelle ipotesi di godimento di benefici normativi e contributivi sono individuate le tipologie di pregresse irregolarità di natura previdenziale ed in materia di tutela delle condizioni di lavoro da considerare ostative alla regolarità, ai sensi dell'articolo 1, comma 1175, della legge 27 dicembre 2006, n. 296.

3.  L'interrogazione eseguita ai sensi del comma 1, assolve all'obbligo di verificare la sussistenza del requisito di ordine generale di cui all'articolo 38, comma 1, lettera i), del decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163, presso la Banca dati nazionale dei contratti pubblici, istituita presso l'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici di lavori, servizi e forniture, dall'articolo 62-bis del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82. Dalla data di entrata in vigore del decreto di cui al comma 2, sono inoltre abrogate tutte le disposizioni di legge incompatibili con i contenuti del presente articolo.

4.  Il decreto di cui al comma 2 può essere aggiornato annualmente sulla base delle modifiche normative o della evoluzione dei sistemi telematici di verifica della regolarità contributiva.

5.  All'articolo 31, comma 8-bis, del decreto-legge 21 giugno 2013, n. 69, convertito, con modificazioni, dalla legge 9 agosto 2013, n. 98, le parole: «in quanto compatibile» sono soppresse.

6.  All'attuazione di quanto previsto dal presente articolo, le amministrazioni provvedono con le risorse umane, strumentali e finanziarie disponibili a legislazione vigente e, comunque, senza nuovi o maggiori oneri per la finanza pubblica.


Art. 5.  Contratti di solidarietà

1.  All'articolo 6 del decreto-legge 1° ottobre 1996, n. 510, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 novembre 1996, n. 608, dopo il comma 4 è inserito il seguente: «4-bis. Con decreto del Ministro del lavoro e delle politiche sociali, di concerto con il Ministro dell'economia e delle finanze, sono stabiliti criteri per la individuazione dei datori di lavoro beneficiari della riduzione contributiva di cui al comma 4, entro i limiti delle risorse disponibili. Il limite di spesa di cui all'articolo 3, comma 8, della legge 23 dicembre 1998, n. 448 e all'articolo 1, comma 524, della legge 23 dicembre 2005, n. 266, a decorrere dall'anno 2014, è pari ad euro 15 milioni annui.».


Art. 6.  Entrata in vigore

1.  Il presente decreto entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica italiana e sarà presentato alle Camere per la conversione in legge.

Il presente decreto, munito del sigillo dello Stato, sarà inserito nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. E' fatto obbligo a chiunque spetti di osservarlo e di farlo osservare.

 

Renzi al governo del paese. Prima il lavorato poi si vedrà

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 16 Aprile 2014 13:45 Scritto da Sandro Giovedì 03 Aprile 2014 16:00

I corifei del liberismo

di Carlo Formenti

Con la resistibile (ancorché debolmente contrastata) ascesa di Renzi alla guida del Pd, si è fatto assordante il coro dei media (di destra e sinistra, benché la distinzione sia ormai solo nominale) a sostegno della grande narrazione liberal liberista sulla crisi e sulle ricette per uscirne (Lyotard non poteva immaginare che la sua profezia sulla fine dei “grand récit” di legittimazione sarebbe stata smentita in tempi così rapidi).

Il lettore disincantato ha avuto modo di misurare intensità e potenza del coro leggendo la pagina “Idee& opinioni” (per cogliere la “linea” del giornale conviene partire da lì) del “Corriere della Sera” di sabato 29 marzo. In quella circostanza quattro firme “pesanti” dell’organo storico della borghesia italiana hanno cantato infatti altrettante canzoni che, pur proponendo testi diversi, si sono fuse in un'unica melodia. Mi permetto di rititolarne così i pezzi: “Largo ai giovani”, di Giovanni Belardelli, “Ancora più flessibilità” di Maurizio Ferrera, “Si sciolgano lacci e lacciuoli”, di Dario Di Vico, “Evviva il merito” di Sergio Rizzo. Titolo generale della sinfonia: “Bastonare il cane che affoga”.

Si chiede Belardelli: come è possibile che un Paese governato da una gerontocrazia qual è il nostro (basti vedere l’età media di insegnanti e dipendenti pubblici) abbia plaudito all’ascesa del giovin rottamatore Matteo Renzi? Risposta: quel consenso certifica il senso di colpa collettivo di una generazione che, trovandosi a godere di un inopinato benessere ne ha goduto più di quanto fosse lecito, senza pensare al futuro di figli e nipoti. Pare di sognare: l’Italia è notoriamente il Paese più “risparmioso” dell’Occidente (tanto è vero che ci è stato spesso rimproverato di avere frenato la crescita non consumando abbastanza), e se oggi i giovani riescono a campare in barba a un mostruoso tasso di disoccupazione giovanile è perché godono del “welfare famigliare” garantito dai pensionati, cui Belardelli rimprovera di guadagnare di più di figli e nipoti. Neppure una parola sul ruolo del capitale finanziario che è il vero responsabile della crisi, e di cui noi tutti stiamo pagando le colpe con livelli insostenibili di tassazione. Non se ne parla perché occorre puntare il dito contro il solito finto bersaglio, ovvero l’eccesso di spesa pubblica.

Passiamo al fustigatore della casta; Sergio Rizzo.

Sorpresa: Rizzo difende i manager pubblici dalla minaccia di fissare un tetto troppo rigido ai loro emolumenti; ha cambiato idea sugli sprechi del pubblico? No, ma pur ammettendo che è giusto porre freno a certi picchi retributivi, sostiene che il criterio dovrebbe essere il merito, in modo che i manager non vengano pagati né troppo né troppo poco, ma in base a una misurazione “rigorosa” dei risultati ottenuti. Cioè, aggiunge, applicando i criteri in vigore nelle imprese private. Anche qui pare di sognare: stimati economisti (non marxisti) hanno denunciato i mostruosi bonus che manager di banche e corporation (soprattutto in Inghilterra e Stati Uniti) si sono auto attribuiti e continuano ad attribuirsi (sono loro stessi a decidere quanto “meritano”!) in barba ai disastri di una gestione delle imprese che guarda solo ai profitti di brevissimo peridio e agli interessi degli azionisti, e non alla salute delle imprese stesse (tanto, visto che “sono troppo grandi per fallire” ci sono i cittadini che le salvano pagando più tasse).

Maurizio Ferrera si preoccupa invece delle resistenze interne al Pd che Renzi incontra nel portare avanti il suo Jobs Act: se “la montagna partorirà un topolino”, se Renzi non riuscirà cioè a portare a casa “almeno” contratti a termine meno liberi in cambio di più libertà di licenziamento per i contratti a tempo indeterminato, ammonisce Ferrera, perderemo l’occasione di ottenere più posti di lavoro. Silenzio totale su una ripresa che, laddove è già in atto (nel Paese dove il lavoro è il più flessibile del mondo, gli Stati Uniti), non si accompagna a un aumento significativo dell’occupazione e che, se e quando offre posti di lavoro, li offre in un terziario arretrato dove regnano paghe da fame, sfruttamento feroce e totale insicurezza del lavoro.

Infine Di Vico: attingendo alle parole pronunciate da Ignazio Visco in occasione della commemorazione di Guido Carli, Di Vico rispolvera la tesi di uno sviluppo italiano frenato dai “lacci e lacciuoli” imposti dalla rigidità sindacale (rigidi i sindacati italiani, che da anni si distinguono per la rapidità con cui calano le brache di fronte ai diktat dei Marchionne di turno!?). Dopodiché, visto che l’uscita di Visco ha provocato dure reazioni verbali (di duro gli è rimasto solo quello) da parte degli imputati, Di Vico bacchetta quelle parole “villane” e ammonisce che un simile “imbarbarimento” del dibattito pubblico favorisce il diffondersi del populismo.

E qui siamo al vero senso della sinfonia, quella che, rubando una nota massima di Mao ho intitolato “Bastonare il cane che affoga”. L’obiettivo del coro a quattro è trasparente: mistificare le cause della crisi spostandone le responsabilità dai carnefici alle vittime, prospettare “cure” che provochino un ulteriore peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita della classi subordinate, garantire che il potere resti saldamente nelle mani del “mercato” (leggi delle classi dominanti che da decenni conducono quella che Luciano Gallino ha definito una feroce “guerra di classe dall’alto”) e distruggere ogni residua resistenza politica e sindacale. Mao ormai lo leggono solo gli intellettuali di destra, forse dovrebbero tornare a leggerlo anche quelli di sinistra.

  • segue più avanti l'analisi di Gianni Giovannelli sulla legge della massima flessibilità. (nostra nota).
   

Analisi dell'accordo di cgil-cisl-uil, sulla RSA.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Febbraio 2014 10:11 Scritto da Sandro Martedì 04 Febbraio 2014 11:50

COMUNICATO SINDACALE

CONFEDERAZIONE USI UNIONE SINDACALE ITALIANA

Fondata nel 1912 – Italia

“L’ACCORDO DEL 10 GENNAIO 2014 SU RAPPRESENTANZA SINDACALE (firmato da segretari confederazioni Cgil Cisl Uil e Confindustria associazione datoriale del privato, VIOLA PRINCIPI E DIRITTI CARTA COSTITUZIONALE ITALIANA (articoli 2, 3 e 39 1° comma), LEGGE 300 DEL 20 MAGGIO 1970 detta STATUTO DEI LAVORATORI e si pone in contrasto con sentenze della Corte Costituzionale italiana (244 del luglio 1996 e 231 del luglio del 2013), in materia di rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro e accesso ai diritti e agibilità sindacali”.

Si sono accese forti polemiche sull’ennesimo accordo firmato da Cgil Cisl Uil (le confederazioni sindacali ormai da definirsi “sindacati di stato e di collaborazione con i padroni, contro lavoratori e lavoratrici e i diritti costituzionali di organizzazione nei luoghi di lavoro, anche in altri sindacati o confederazioni diverse dalle loro), da parte dei loro segretari confederali nazionali e la Confindustria (associazione datoriale e padronale che rappresenta il settore privato) il 10 gennaio 2014.

L’Unione Sindacale Italiana, antica e storica confederazione fondata nel 1912 e ancora attiva in Italia, fornisce un primo commento e valutazione “politico tecnica” sintetica, in attesa di produrre un documento analitico e commentato su questo accordo.

La prima valutazione è che si tratta dell’ennesimo tentativo da parte delle confederazioni sindacali Cgil Cisl e Uil, di volersi attribuire una competenza esclusiva e una egemonia totalitaria in materia di rappresentanza sindacale e dei criteri di “rappresentatività”, non solo per il rinnovo dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) delle categorie del settore privato, ma anche per quelli relativi ai posti di lavoro e alle “unità produttive” sopra i 15 dipendenti.

L’accordo del 10 gennaio riguarda l’applicazione, alle organizzazioni sindacali aderenti a Cgil Cisl e Uil e alle altre che hanno dato successiva adesione (di altri sindacati, compresi alcuni sindacati di base), dei meccanismi già previsti da altri due accordi interconfederali, quello del 28 giugno 2011 e il “protocollo di intesa” del 3 maggio 2013, che non avevano dato, per coloro che lo avevano sottoscritto, l’effetto di controllo totale che era sperato. L’accordo del 10 gennaio 2014 è diviso in 4 sezioni, quello relativo alla “certificazione” della rappresentanza sindacale nazionale, utilizzando il criterio misto tra il dato associativo (iscritti con deleghe del contributo sindacale sulla busta paga, certificati dalle aziende per i propri dipendenti e dall’INPS, il nostro Ente previdenziale e assistenziale) e il dato elettorale (voti espressi alle elezioni per le RSU Rappresentanza sindacali unitarie, già previste come regolamentazione da un accordo interconfederale del 20 dicembre del 1993, già frutto di molte discussioni sulla sua scarsa democraticità), ponendo la soglia di rappresentanza nella media tra dato associativo e dato elettorale al 5% nazionale, per poter partecipare alle procedure di rinnovo dei CCNL. La seconda sezione è relativa al passaggio dalle rappresentanze sindacali aziendali (Rsa) che hanno la loro fonte normativa e legislativa nella legge 300 del 20 maggio 1970, ancora in vigore detta “Statuto dei Lavoratori”, legge molto importante perché è l’applicazione dei diritti e principi della Costituzione repubblicana e antifascista nei luoghi di lavoro, oggetto per l’articolo 19 nel 1995 di un referendum popolare in materia di rappresentanza sindacale aziendale.

L’Accordo del 10 gennaio 2014, è in contrasto non solo con la legge 300 del 1970, ma anche con l’articolo 39 comma 1 della Costituzione Italiana (l’organizzazione sindacale è libera…), perché l’accordo che nella gerarchia delle fonti del diritto in Italia, è subordinato rispetto alla forza di una legge, quindi Cgil Cisl e Uil vorrebbero obbligare, anche con sanzioni economiche e l’esclusione dai diritti sindacali già goduti dalle Rsa, i sindacati non aderenti e lavoratori e lavoratrici ad accettare una sola forma di rappresentanza, quella che a loro fa più comodo, una rappresentanza elettiva che ha come fondamento lo stesso della legge elettorale in discussione nel Parlamento Italiano, detta “Italicum”, che eliminerebbe dal parlamento le formazioni politiche di opposizione e di minoranza, la stessa logica e filosofia che è alla base dell’accordo del 10 gennaio 2014 su rappresentanza sindacale e rappresentatività, cioè l’eliminazione delle opposizioni sindacali e delle forme di rappresentanza che l’attuale Costituzione disciplina come scelta libera e autonoma, nell’ambito della legge 300 del 1970, da parte di lavoratori e lavoratrici, che non necessariamente deve vedere come meccanismo quello elettoralistico (che prevede comunque 1/3 dei seggi attribuiti già di diritto a favore di Cgil Cisl e Uil e dei loro sindacati di categoria, a prescindere dal risultato del voto, alla faccia della democrazia sindacale).

Nella terza sezione di disciplina la “titolarità” e l’efficacia della contrattazione collettiva nazionale, di categoria e di azienda, nella quarta sezione sono inserite le disposizioni relative alle “clausole e alle procedure di raffreddamento e alle clausole sulle conseguenze degli inadempimenti”, per coloro che non accettino tale meccanismo totalitario e anticostituzionale, con sanzioni economiche e di esclusione che non erano mai state inserite nei precedenti accordi a nessun livello, a carico dei sindacati “ribelli”.

Vi sono poi inserite alla fine dell’accordo del 10 gennaio 2014, le clausole transitorie e finali, per la corretta applicazione, nel testo dell’accordo sono riportati i meccanismi delle procedure elettorali e le commissioni interconfederali (fatte solo da Cgil Cisl e Uil) per le procedure di infrazione ai sindacati “inadempienti” e nei casi di interpretazione tra sindacati di categoria per la titolarità alla negoziazione nazionale.

In sostanza, un attacco forte alla LIBERTA’ DI ORGANIZZAZIONE SINDACALE IN ITALIA, un aggiramento delle leggi italiane per tutto il settore privato (per il pubblico impiego vi sono già norme restrittive simili a queste), un ATTACCO AI DIRITTI COSTITUZIONALI DI LAVORATORI E DI LAVORATRICI, di scelta della forma organizzata da darsi nei luoghi di lavoro, nel rispetto che è violato dall’accordo del 10 gennaio 2014, dei principi della prima parte della Carta Costituzionale del 1948, agli articoli 2 e 3, all’articolo 39 c.1, ltre al contrasto con due importantissi8me sentenze dell’organo competente, la Corte Costituzionale, in materia di rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro (Rsa), la prima del luglio del 1996 n° 244, interpretativa del referendum popolare del 1995 (che un accordo non potrebbe mai giuridicamente sostituire), la seconda del luglio del 2013, la n° 231, ottenuta dalla mobilitazione della FIOM sindacato metalmeccanico della Cgil, che era stato escluso dalla Fiat e che fornisce elementi fondamentali assieme al resto della giurisprudenza italiana, per contrastare i punti cardine dell’accordo del 2014 firmato da Cgil, Cisl e Uil. Il contrasto vi è anche per le sentenze della Corte di Cassazione italiana sezione lavoro, per l’efficacia dei contratti e degli accordi aziendali, che attualmente dovrebbero valere solo per i dipendenti aderenti ai sindacati che li hanno firmati se peggiorativi, l’accordo del 10 gennaio 2014, ne vorrebbe imporre la validità anche a coloro che non sono iscritti ai sindacati “di stato” Cgil, Cisl e Uil, ma che hanno magari altre forme di rappresentanza previste dalla legge 300/1970 e con accordi aziendali migliorativi.

All’interno della stessa Cgil, nella fase congressuale, si stanno reprimendo l’opposizione del sindacato Fiom e della “sinistra sindacale”, che ritengono la firma di questo accordo, in violazione dello stesso Statuto della Cgil in termini di decisionalità e democrazia interna, oltre alla illegittimità costituzionale per tutti e tutte, elemento comune di queste componenti con l’analisi fatta dalle stessa Confederazione USI.

Schiacciata anche l’opposizione interna alla Cgil, la scelta è di omologarsi a questo meccanismo totalitario e liberticida (cosa che anche alcuni sindacati di base e autonomi stanno facendo), oppure organizzarsi e lottare per smantellarne l’impianto generale e gli penalizzanti.

L’Unione Sindacale Italiana, indica la seconda opzione come praticabile in generale.

UN ASPETTO CHE NESSUN ACCORDO, nemmeno questo, POTRA’ MAI BLOCCARE E’ IL CONFLITTO, COME ELEMENTO DINAMICO, FULCRO DI PROCESSI DI EMANCIPAZIONE SOCIALE. LA DIFESA DELLE CONDIZIONI DI LAVORO, NORMATIVE E DEI DIRITTI SINDACALI, PASSA PER LO SVILUPPO DELLE LOTTE. ORA E SEMPRE RESISTENZA.

Segreteria nazionale generale della Confederazione USI Unione Sindacale Italiana

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Italia, Roma 3 febbraio 2014

   

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