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Renzi al governo del paese. Prima il lavorato poi si vedrà

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 16 Aprile 2014 13:45 Scritto da Sandro Giovedì 03 Aprile 2014 16:00

I corifei del liberismo

di Carlo Formenti

Con la resistibile (ancorché debolmente contrastata) ascesa di Renzi alla guida del Pd, si è fatto assordante il coro dei media (di destra e sinistra, benché la distinzione sia ormai solo nominale) a sostegno della grande narrazione liberal liberista sulla crisi e sulle ricette per uscirne (Lyotard non poteva immaginare che la sua profezia sulla fine dei “grand récit” di legittimazione sarebbe stata smentita in tempi così rapidi).

Il lettore disincantato ha avuto modo di misurare intensità e potenza del coro leggendo la pagina “Idee& opinioni” (per cogliere la “linea” del giornale conviene partire da lì) del “Corriere della Sera” di sabato 29 marzo. In quella circostanza quattro firme “pesanti” dell’organo storico della borghesia italiana hanno cantato infatti altrettante canzoni che, pur proponendo testi diversi, si sono fuse in un'unica melodia. Mi permetto di rititolarne così i pezzi: “Largo ai giovani”, di Giovanni Belardelli, “Ancora più flessibilità” di Maurizio Ferrera, “Si sciolgano lacci e lacciuoli”, di Dario Di Vico, “Evviva il merito” di Sergio Rizzo. Titolo generale della sinfonia: “Bastonare il cane che affoga”.

Si chiede Belardelli: come è possibile che un Paese governato da una gerontocrazia qual è il nostro (basti vedere l’età media di insegnanti e dipendenti pubblici) abbia plaudito all’ascesa del giovin rottamatore Matteo Renzi? Risposta: quel consenso certifica il senso di colpa collettivo di una generazione che, trovandosi a godere di un inopinato benessere ne ha goduto più di quanto fosse lecito, senza pensare al futuro di figli e nipoti. Pare di sognare: l’Italia è notoriamente il Paese più “risparmioso” dell’Occidente (tanto è vero che ci è stato spesso rimproverato di avere frenato la crescita non consumando abbastanza), e se oggi i giovani riescono a campare in barba a un mostruoso tasso di disoccupazione giovanile è perché godono del “welfare famigliare” garantito dai pensionati, cui Belardelli rimprovera di guadagnare di più di figli e nipoti. Neppure una parola sul ruolo del capitale finanziario che è il vero responsabile della crisi, e di cui noi tutti stiamo pagando le colpe con livelli insostenibili di tassazione. Non se ne parla perché occorre puntare il dito contro il solito finto bersaglio, ovvero l’eccesso di spesa pubblica.

Passiamo al fustigatore della casta; Sergio Rizzo.

Sorpresa: Rizzo difende i manager pubblici dalla minaccia di fissare un tetto troppo rigido ai loro emolumenti; ha cambiato idea sugli sprechi del pubblico? No, ma pur ammettendo che è giusto porre freno a certi picchi retributivi, sostiene che il criterio dovrebbe essere il merito, in modo che i manager non vengano pagati né troppo né troppo poco, ma in base a una misurazione “rigorosa” dei risultati ottenuti. Cioè, aggiunge, applicando i criteri in vigore nelle imprese private. Anche qui pare di sognare: stimati economisti (non marxisti) hanno denunciato i mostruosi bonus che manager di banche e corporation (soprattutto in Inghilterra e Stati Uniti) si sono auto attribuiti e continuano ad attribuirsi (sono loro stessi a decidere quanto “meritano”!) in barba ai disastri di una gestione delle imprese che guarda solo ai profitti di brevissimo peridio e agli interessi degli azionisti, e non alla salute delle imprese stesse (tanto, visto che “sono troppo grandi per fallire” ci sono i cittadini che le salvano pagando più tasse).

Maurizio Ferrera si preoccupa invece delle resistenze interne al Pd che Renzi incontra nel portare avanti il suo Jobs Act: se “la montagna partorirà un topolino”, se Renzi non riuscirà cioè a portare a casa “almeno” contratti a termine meno liberi in cambio di più libertà di licenziamento per i contratti a tempo indeterminato, ammonisce Ferrera, perderemo l’occasione di ottenere più posti di lavoro. Silenzio totale su una ripresa che, laddove è già in atto (nel Paese dove il lavoro è il più flessibile del mondo, gli Stati Uniti), non si accompagna a un aumento significativo dell’occupazione e che, se e quando offre posti di lavoro, li offre in un terziario arretrato dove regnano paghe da fame, sfruttamento feroce e totale insicurezza del lavoro.

Infine Di Vico: attingendo alle parole pronunciate da Ignazio Visco in occasione della commemorazione di Guido Carli, Di Vico rispolvera la tesi di uno sviluppo italiano frenato dai “lacci e lacciuoli” imposti dalla rigidità sindacale (rigidi i sindacati italiani, che da anni si distinguono per la rapidità con cui calano le brache di fronte ai diktat dei Marchionne di turno!?). Dopodiché, visto che l’uscita di Visco ha provocato dure reazioni verbali (di duro gli è rimasto solo quello) da parte degli imputati, Di Vico bacchetta quelle parole “villane” e ammonisce che un simile “imbarbarimento” del dibattito pubblico favorisce il diffondersi del populismo.

E qui siamo al vero senso della sinfonia, quella che, rubando una nota massima di Mao ho intitolato “Bastonare il cane che affoga”. L’obiettivo del coro a quattro è trasparente: mistificare le cause della crisi spostandone le responsabilità dai carnefici alle vittime, prospettare “cure” che provochino un ulteriore peggioramento delle condizioni di lavoro e di vita della classi subordinate, garantire che il potere resti saldamente nelle mani del “mercato” (leggi delle classi dominanti che da decenni conducono quella che Luciano Gallino ha definito una feroce “guerra di classe dall’alto”) e distruggere ogni residua resistenza politica e sindacale. Mao ormai lo leggono solo gli intellettuali di destra, forse dovrebbero tornare a leggerlo anche quelli di sinistra.

  • segue più avanti l'analisi di Gianni Giovannelli sulla legge della massima flessibilità. (nostra nota).
 

Analisi dell'accordo di cgil-cisl-uil, sulla RSA.

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Ultimo aggiornamento Lunedì 17 Febbraio 2014 10:11 Scritto da Sandro Martedì 04 Febbraio 2014 11:50

COMUNICATO SINDACALE

CONFEDERAZIONE USI UNIONE SINDACALE ITALIANA

Fondata nel 1912 – Italia

“L’ACCORDO DEL 10 GENNAIO 2014 SU RAPPRESENTANZA SINDACALE (firmato da segretari confederazioni Cgil Cisl Uil e Confindustria associazione datoriale del privato, VIOLA PRINCIPI E DIRITTI CARTA COSTITUZIONALE ITALIANA (articoli 2, 3 e 39 1° comma), LEGGE 300 DEL 20 MAGGIO 1970 detta STATUTO DEI LAVORATORI e si pone in contrasto con sentenze della Corte Costituzionale italiana (244 del luglio 1996 e 231 del luglio del 2013), in materia di rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro e accesso ai diritti e agibilità sindacali”.

Si sono accese forti polemiche sull’ennesimo accordo firmato da Cgil Cisl Uil (le confederazioni sindacali ormai da definirsi “sindacati di stato e di collaborazione con i padroni, contro lavoratori e lavoratrici e i diritti costituzionali di organizzazione nei luoghi di lavoro, anche in altri sindacati o confederazioni diverse dalle loro), da parte dei loro segretari confederali nazionali e la Confindustria (associazione datoriale e padronale che rappresenta il settore privato) il 10 gennaio 2014.

L’Unione Sindacale Italiana, antica e storica confederazione fondata nel 1912 e ancora attiva in Italia, fornisce un primo commento e valutazione “politico tecnica” sintetica, in attesa di produrre un documento analitico e commentato su questo accordo.

La prima valutazione è che si tratta dell’ennesimo tentativo da parte delle confederazioni sindacali Cgil Cisl e Uil, di volersi attribuire una competenza esclusiva e una egemonia totalitaria in materia di rappresentanza sindacale e dei criteri di “rappresentatività”, non solo per il rinnovo dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro (CCNL) delle categorie del settore privato, ma anche per quelli relativi ai posti di lavoro e alle “unità produttive” sopra i 15 dipendenti.

L’accordo del 10 gennaio riguarda l’applicazione, alle organizzazioni sindacali aderenti a Cgil Cisl e Uil e alle altre che hanno dato successiva adesione (di altri sindacati, compresi alcuni sindacati di base), dei meccanismi già previsti da altri due accordi interconfederali, quello del 28 giugno 2011 e il “protocollo di intesa” del 3 maggio 2013, che non avevano dato, per coloro che lo avevano sottoscritto, l’effetto di controllo totale che era sperato. L’accordo del 10 gennaio 2014 è diviso in 4 sezioni, quello relativo alla “certificazione” della rappresentanza sindacale nazionale, utilizzando il criterio misto tra il dato associativo (iscritti con deleghe del contributo sindacale sulla busta paga, certificati dalle aziende per i propri dipendenti e dall’INPS, il nostro Ente previdenziale e assistenziale) e il dato elettorale (voti espressi alle elezioni per le RSU Rappresentanza sindacali unitarie, già previste come regolamentazione da un accordo interconfederale del 20 dicembre del 1993, già frutto di molte discussioni sulla sua scarsa democraticità), ponendo la soglia di rappresentanza nella media tra dato associativo e dato elettorale al 5% nazionale, per poter partecipare alle procedure di rinnovo dei CCNL. La seconda sezione è relativa al passaggio dalle rappresentanze sindacali aziendali (Rsa) che hanno la loro fonte normativa e legislativa nella legge 300 del 20 maggio 1970, ancora in vigore detta “Statuto dei Lavoratori”, legge molto importante perché è l’applicazione dei diritti e principi della Costituzione repubblicana e antifascista nei luoghi di lavoro, oggetto per l’articolo 19 nel 1995 di un referendum popolare in materia di rappresentanza sindacale aziendale.

L’Accordo del 10 gennaio 2014, è in contrasto non solo con la legge 300 del 1970, ma anche con l’articolo 39 comma 1 della Costituzione Italiana (l’organizzazione sindacale è libera…), perché l’accordo che nella gerarchia delle fonti del diritto in Italia, è subordinato rispetto alla forza di una legge, quindi Cgil Cisl e Uil vorrebbero obbligare, anche con sanzioni economiche e l’esclusione dai diritti sindacali già goduti dalle Rsa, i sindacati non aderenti e lavoratori e lavoratrici ad accettare una sola forma di rappresentanza, quella che a loro fa più comodo, una rappresentanza elettiva che ha come fondamento lo stesso della legge elettorale in discussione nel Parlamento Italiano, detta “Italicum”, che eliminerebbe dal parlamento le formazioni politiche di opposizione e di minoranza, la stessa logica e filosofia che è alla base dell’accordo del 10 gennaio 2014 su rappresentanza sindacale e rappresentatività, cioè l’eliminazione delle opposizioni sindacali e delle forme di rappresentanza che l’attuale Costituzione disciplina come scelta libera e autonoma, nell’ambito della legge 300 del 1970, da parte di lavoratori e lavoratrici, che non necessariamente deve vedere come meccanismo quello elettoralistico (che prevede comunque 1/3 dei seggi attribuiti già di diritto a favore di Cgil Cisl e Uil e dei loro sindacati di categoria, a prescindere dal risultato del voto, alla faccia della democrazia sindacale).

Nella terza sezione di disciplina la “titolarità” e l’efficacia della contrattazione collettiva nazionale, di categoria e di azienda, nella quarta sezione sono inserite le disposizioni relative alle “clausole e alle procedure di raffreddamento e alle clausole sulle conseguenze degli inadempimenti”, per coloro che non accettino tale meccanismo totalitario e anticostituzionale, con sanzioni economiche e di esclusione che non erano mai state inserite nei precedenti accordi a nessun livello, a carico dei sindacati “ribelli”.

Vi sono poi inserite alla fine dell’accordo del 10 gennaio 2014, le clausole transitorie e finali, per la corretta applicazione, nel testo dell’accordo sono riportati i meccanismi delle procedure elettorali e le commissioni interconfederali (fatte solo da Cgil Cisl e Uil) per le procedure di infrazione ai sindacati “inadempienti” e nei casi di interpretazione tra sindacati di categoria per la titolarità alla negoziazione nazionale.

In sostanza, un attacco forte alla LIBERTA’ DI ORGANIZZAZIONE SINDACALE IN ITALIA, un aggiramento delle leggi italiane per tutto il settore privato (per il pubblico impiego vi sono già norme restrittive simili a queste), un ATTACCO AI DIRITTI COSTITUZIONALI DI LAVORATORI E DI LAVORATRICI, di scelta della forma organizzata da darsi nei luoghi di lavoro, nel rispetto che è violato dall’accordo del 10 gennaio 2014, dei principi della prima parte della Carta Costituzionale del 1948, agli articoli 2 e 3, all’articolo 39 c.1, ltre al contrasto con due importantissi8me sentenze dell’organo competente, la Corte Costituzionale, in materia di rappresentanza sindacale nei luoghi di lavoro (Rsa), la prima del luglio del 1996 n° 244, interpretativa del referendum popolare del 1995 (che un accordo non potrebbe mai giuridicamente sostituire), la seconda del luglio del 2013, la n° 231, ottenuta dalla mobilitazione della FIOM sindacato metalmeccanico della Cgil, che era stato escluso dalla Fiat e che fornisce elementi fondamentali assieme al resto della giurisprudenza italiana, per contrastare i punti cardine dell’accordo del 2014 firmato da Cgil, Cisl e Uil. Il contrasto vi è anche per le sentenze della Corte di Cassazione italiana sezione lavoro, per l’efficacia dei contratti e degli accordi aziendali, che attualmente dovrebbero valere solo per i dipendenti aderenti ai sindacati che li hanno firmati se peggiorativi, l’accordo del 10 gennaio 2014, ne vorrebbe imporre la validità anche a coloro che non sono iscritti ai sindacati “di stato” Cgil, Cisl e Uil, ma che hanno magari altre forme di rappresentanza previste dalla legge 300/1970 e con accordi aziendali migliorativi.

All’interno della stessa Cgil, nella fase congressuale, si stanno reprimendo l’opposizione del sindacato Fiom e della “sinistra sindacale”, che ritengono la firma di questo accordo, in violazione dello stesso Statuto della Cgil in termini di decisionalità e democrazia interna, oltre alla illegittimità costituzionale per tutti e tutte, elemento comune di queste componenti con l’analisi fatta dalle stessa Confederazione USI.

Schiacciata anche l’opposizione interna alla Cgil, la scelta è di omologarsi a questo meccanismo totalitario e liberticida (cosa che anche alcuni sindacati di base e autonomi stanno facendo), oppure organizzarsi e lottare per smantellarne l’impianto generale e gli penalizzanti.

L’Unione Sindacale Italiana, indica la seconda opzione come praticabile in generale.

UN ASPETTO CHE NESSUN ACCORDO, nemmeno questo, POTRA’ MAI BLOCCARE E’ IL CONFLITTO, COME ELEMENTO DINAMICO, FULCRO DI PROCESSI DI EMANCIPAZIONE SOCIALE. LA DIFESA DELLE CONDIZIONI DI LAVORO, NORMATIVE E DEI DIRITTI SINDACALI, PASSA PER LO SVILUPPO DELLE LOTTE. ORA E SEMPRE RESISTENZA.

Segreteria nazionale generale della Confederazione USI Unione Sindacale Italiana

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Italia, Roma 3 febbraio 2014

   

1911. Immigrati italiani in america

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Ultimo aggiornamento Venerdì 28 Aprile 2017 09:10 Scritto da Sandro Lunedì 10 Settembre 2012 09:08

Arrivo in america degli emigrati Italiani 1911.

   

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