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NON CI RIDARA’ NICOLE!

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 08 Novembre 2017 09:43 Scritto da Sandro Mercoledì 08 Novembre 2017 09:35

SENTENZA DI CORTE D’ASSISE D’APPELLO DI ROMA, OGGI 7 NOVEMBRE 2017, SUL FEMMINICIDIO DI NICOLE LELLI:

L’ASSASSINO CONDANNATO A 20 ANNI DI RECLUSIONE (tolte le attenuanti generiche rispetto al primo grado).

LA GIUSTIZIA PROCESSUALE PENALE, IN AULA, E’ FATTA…

MA NON CI RIDARA’ NICOLE…IL 25 NOVEMBRE 2017

IN PIAZZA, MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA.

 

 

IL 7 novembre 2017, è una data da ricordare. Anche perché oggi, è stata emessa la sentenza di Corte d’Assise di Appello a Roma, in merito al FEMMINICIDIO di NICOLE LELLI, a 25 anni uccisa dal suo ex compagno, che è stato condannato a 20 anni di reclusione (aumentata la pena del primo grado, tolte e non concesse le “attenuanti generiche” fruite in precedenza).

Siamo vicini a Maria Grazia e a Gianni, i suoi genitori, ai familiari e a tutte-i coloro che si sono spesi per questa ennesima storia, per darne la dovuta informazione, per sostenere la ricerca della verità e per ottenere giustizia.

Alla fine, la giustizia processuale penale è arrivata, con 20 anni di reclusione al suo assassino.

La condanna pur meritata, NON CI RIDARA’ NICOLE…, il suo sorriso, la sua vitalità, la sua voglia di vivere le sue esperienze di giovane donna…un vuoto che come succede in casi simili (tanti, troppi…), non si colma con una sentenza di un tribunale.

IL 25 NOVEMBRE, ANCORA IN PIAZZA, ANCORA IN LOTTA, ALLA MANIFESTAZIONE NAZIONALE A ROMA, promossa dal coordinamento “Nonunadimeno” e da tante associazioni e gruppi, contro le violenze contro le donne.

Si lo diciamo al plurale, perché le violenze sul lavoro, le disparità di trattamento, le discriminazioni, i ricatti e le prepotenze, non sono minori delle violenze fisiche in strada o nei luoghi di lavoro, quelle in casa e in famiglia..

Perché per chi è autorganizzato sindacalmente e nei territori, non si può tenere separate la lotta contro chi ti sfrutta da lavoratrice o da lavoratore, con quella di chi ti vuole sottomessa o subalterno da persona.

Come si diceva una volta, la contraddizione tra capitale e lavoro non va svincolata dalla questione di genere, una grande lotta culturale e sociale, dalla quale non è possibile sottarsi, né è delegabile ad altre-i. Un percorso e un quotidiano impegno, che ci ha visto più volte scioperare il 25 novembre e l’8 marzo e che ci fa proseguire nelle lotte…anche a Nicole, come tante altre, noi questo, lo dobbiamo.

 

Unione Sindacale Italiana USI fondata nel 1912

Segreteria nazionale collegiale confederale Udine/Milano/Roma/Caserta

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sito nazionale www.unionesindacaleitaliana.eu/www.usiait.it

giornale “Lotta di Classe” per contatti Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. ;

 

 

Catalogna. Comunicato CNT, CGT e Solidaridad Obrera

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Ultimo aggiornamento Giovedì 02 Novembre 2017 13:14 Scritto da Sandro Giovedì 02 Novembre 2017 12:53

Comunicato congiunto

CNT, CGT e Solidaridad Obrera

sulla situazione in Catalogna (ca, en, fr, pt)

 

 

IL comunicato congiunto di CNT, CGT e Solidaridad Obrera sulla situazione in Catalogna, denuncia la repressione che lo Stato ha scatenato, con riduzione dei diritti e delle libertà che presuppone e paventa l'aumento di un nazionalismo rancido che si ripropone in gran parte dello Stato spagnolo.

Le organizzazioni a livello nazionale, condividono la stessa preoccupazione per la situazione in Catalogna, per la repressione che lo Stato ha scatenato, per la riduzione dei diritti e delle libertà che questo presuppone e paventa l'aumento di un nazionalismo rancido che si ripropone in gran parte dello Stato spagnolo.

Noi difendiamo l'emancipazione di tutti i lavoratori della Catalogna e nel resto del mondo. Forse, in questo contesto, è necessario ricordare che noi non intendiamo il diritto all'autodeterminazione in modo statalista, come proclamano i partiti e le associazioni nazionalisti, bensì come diritto all'autogestione della nostra classe in un determinato territorio. In questo senso, l'autodeterminazione si realizza più attraverso il controllo della produzione e del consumo da parte dei lavoratori e di una democrazia diretta dal basso verso l'alto, organizzata secondo principi federalisti, piuttosto che con l'istituzione di una nuova frontiera o con la creazione di un nuovo Stato.

Come internazionalisti, sappiamo che la solidarietà tra i lavoratori non deve limitarsi ai confini nazionali, per cui ci importa poco dove questi vengono tracciati. Ciò che ci sembra molto preoccupante è la reazione che si sta vivendo in molte parti del resto dello Stato, con l'esaltazione di uno spagnolismo rancido, che ricorda per lo più epoche passate, coccolato da parte dei media e in sintonia con la deriva autoritaria del governo, viatico per l'imprigionamento di persone accusate di aver convocato atti di disobbedienza o per l'applicazione dell'articolo 155 della Costituzione. Siamo consapevoli che questa epidemia nazionalista pone le basi per ulteriori tagli dei diritti e delle libertà, contro cui dobbiamo agire in modo preventivo.

L'asfissiante unità delle cosiddette "forze democratiche" per giustificare la repressione, fa presagire un quadro desolante per tutte le dissidenze future. Sembra che il regime post-franchista che ci governa da 40 anni, serrerà i ranghi per garantire la sua continuità.

Questo regime, che è esistito ed esiste in Catalogna e nel resto della Spagna, ritiene che sia in gioco la sua sopravvivenza. Ampiamente messo in discussione e immerso in una profonda crisi di legittimità, questo regime è allarmato all'accumularsi di fronti aperti.

La minaccia per l'integrità territoriale dello Stato si aggiunge agli scandali di corruzione, al discredito della monarchia, alla questione dei salvataggi finanziari e dei tagli che sono stati imposti alla popolazione, al malcontento per la schiavitù nei luoghi di lavoro derivata dalle recenti riforme del lavoro, allungando l'età pensionabile e tagliando gli assegni pensionistici, ecc ... Gli appelli continui per difendere la Costituzione devono essere intesi come rintocchi di campane per affrontare questa vera e propria crisi esistenziale in cui versa il regime. Il pericolo è che in questo processo si legittimo e diventino normalità i comportamenti repressivi come quelli recentemente osservati in molte città catalane. O peggio.

Non sappiamo in quale senso evolveranno gli eventi. Rimarremo attenti a ciò che succede, pronti a difendere gli interessi dei lavoratori in tutto lo Stato. Ci opporremo con forza alla repressione  già in atto, alle manifestazioni della destra radicale. Non ci metteremo al servizio delle strategie dei partiti politici i cui obiettivi ci sono estranei. Ma, non smetteremo di incoraggiare le mobilitazioni della classe lavoratrice quando è essa stessa a decidere. Crediamo che sia giunto il momento di scrollarsi di dosso la dittatura di élite politiche ed economiche che da troppo tempo gestiscono il controllo del territorio per servire esclusivamente i propri interessi.

Come sindacati di classe combattivi e libertari saremo nelle strade, nelle mobilitazioni, come abbiamo dimostrato in molte occasioni, contro la repressione, per i diritti e per le libertà, contro i tagli e contro la corruzione.

La crisi catalana può essere il punto di volta di un modello di stato morente. Se questo cambiamento andrà in una certa direzione o in un'altra dipenderà dalla nostra capacità, come classe, di portare il processo in atto nella direzione opposta alla repressione e alla crescita dei nazionalismi. Speriamo che il risultato finale sia più libertà e più diritti e non viceversa. La posta in gioco è alta.

 

PER I DIRITTI E PER LE LIBERTA'! NO ALLA REPRESSIONE CONTRO LE CLASSI LAVORATRICI!

2 Nov 2017

CGT - Solidaridad Obrera - CNT

 

   

Dal 2019 in pensione a 67 anni

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Ultimo aggiornamento Mercoledì 25 Ottobre 2017 09:57 Scritto da Sandro Mercoledì 25 Ottobre 2017 09:55

L'Istat conferma: cresce l'aspettativa di vita.

Dal 2019 in pensione a 67 anni

La speranza di vita a 65 anni arriva a 20,7 anni e si allunga di 5 mesi, e dunque il governo dovrebbe confermare l'automatismo previsto dalla riforma previdenziale per la pensione di vecchiaia.

Assorbito il picco di mortalità del 2015

di ROSARIA AMATO

 

 

24 Ottobre 2017

Il presidente della Commissione Lavoro della Camera Cesare Damiano

ROMA - L'aspettativa di vita a 65 anni si allunga, cinque mesi in più rispetto al 2013. L'Istat conferma le stime, e dunque dal 2019 la pensione di vecchiaia scatterà a 67 anni e non più a 66 anni e 7 mesi, com'è adesso. Il governo ha infatti deciso che non ci saranno "sconti", nonostante le richieste di fermare l'adeguamento automatico: a luglio i presidenti della commissione Lavoro di Camera e Senato, Cesare Damiano e Maurizio Sacconi, avevano tenuto una conferenza stampa congiunta sostenendo che lo spostamento in avanti dell'età pensionabile sarebbe stato iniquo, alle loro richieste si erano subito uniti, compatti, i sindacati. Alcuni giorni fa però il no definitivo, sulla base dei calcoli dell'Inps e della Ragioneria Centrale dello Stato. L'Inps, in particolare, ha quantificato in 141 miliardi cumulati nei prossimi dieci anni il costo del mancato adeguamento.

L'adeguamento è previsto dalla legge Tremonti-Sacconi del 2010, successivamente reso automatico dalla riforma Fornero. Infatti la riforma Fornero contiene una clausola di salvaguardia per cui l'aumento dell'età a 67 anni scatterebbe comunque, a partire dal 2021. Mentre al momento per far entrare in vigore il provvedimento occorre un decreto ministeriale.

L'aumento della speranza di vita centra perfettamente le previsioni, e quindi si arriverebbe a 67 anni precisi. Fino a ieri sera tuttavia erano in molti ad augurarsi che il governo potrebbe anche non fare un'equivalenza, tenendo anche conto della diminuzione che s'è invece registrata nel 2015. "Il calcolo dell'Istat dovrà prendere a riferimento il triennio 2014-2016, periodo nel quale, nel 2015, è avvenuto un calo dell'aspettativa di vita.

- ha detto Damiano - Noi ci aspettiamo un calcolo che tenga conto di questo calo e non solo degli aumenti". Damiano auspicava inoltre che "la decisione sull'aumento dell'età pensionabile sia rinviata a giugno del 2018".

Ma sembra improbabile, dati i costi calcolati e dato che il "pacchetto pensioni" è praticamente fuori ormai dalla Legge di Bilancio. Ne faceva parte anche la cosiddetta "Ape rosa" cioè la possibilità per le donne in condizioni disagiate di anticipare l'età pensionistica di 6 mesi per ogni figlio fino ad un tetto di due anni. Si era parlato anche di pensione di garanzia per i giovani, ma in quel caso fin dall'inizio era stato chiaro che quest'anno si sarebbero semmai solo gettate le basi di una riforma estremamente costosa, che si è rimandata alla prossima legislatura.

Per andare in pensione in anticipo rispetto all'età di vecchiaia (l'ex pensione di anzianità contributiva) dal 2019 saranno necessari 43 anni e tre mesi di contributi per gli uomini e 42 anni e 3 mesi per le donne.

Al momento infatti per l'uscita anticipata verso la pensione ci vogliono 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 e 10 mesi per le donne.

Aumenta anche l'aspettativa di vita alla nascita, che in Italia arriva adesso a 82,8 anni (più 0,4% sul 2015). Si tratta come sempre di una media: per le donne è di 85 anni e per gli uomini 80,6.

Nel 2016 si registra anche una leggera riduzione delle disuguaglianze territoriali di sopravvivenza, tuttavia le differenze sono sempre notevoli: nel Nord-Est le donne possono contare su un'aspettativa di vita a 85,6 anni mentre nel Mezzogiorno si scende a 84,3  e per gli uomini si scende sotto gli 80 anni. Gli italiani più longevi vivono in Trentino Alto Adige mentre quelli meno longevi in Campania.

Gli indicatori Istat sono positivi, dopo la battuta d'arresto del 2015, anche per quanto riguarda il tasso di mortalità. Infatti due anni fa si era registrato un aumento dell'8,2%. Nel 2016 invece la mortalità torna in linea con il biennio precedente, e quindi ci sono 32.000 decessi in meno rispetto al 2015 (meno 5%). I miglioramenti rispetto a 30 o 40 anni fa sono enormi, rileva inoltre l'Istat: rispetto a 40 anni fa in particolare la possibilità di morire nel primo anno di vita si è abbattuto di oltre sette volte, mentre quello di morire a 65 anni si è più che dimezzato.

 

   

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