La confessione Stragiudiziale è un valido mezzo di prova anche se non è spontanea

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La confessione Stragiudiziale è un valido mezzo di

prova anche se non è spontanea

 

- Essa può essere revocata se sia stata determinata da errore di fatto o da violenza (Cassazione Sezione Lavoro n. 14047 del 17 giugno 2009, Pres. De Luca, Rel. Cuoco).

La confessione stragiudiziale consiste in dichiarazione, resa con la coscienza e la volontà di riconoscere un fatto, a sé obiettivamente sfavorevole e favorevole all'altra parte (art. 2730 cod. civ.). La coscienza e volontà che integra l'animus confidenti, quale necessità ritenuta dalla giurisprudenza di legittimità, avvolge solo l'oggettività della dichiarazione in sé, e non le relative conseguenze. Non è necessaria la consapevolezza dell'obiettiva incidenza e delle conseguenze giuridiche dell'atto. In tal modo, la necessità dell'animus non conferisce natura negoziale all'atto, che resta dichiarazione di scienza. Ancor meno necessaria ad integrare l'animus è la spontaneità; la dichiarazione può essere anche indotta (nel corso di un programmato incontro) da richieste o domande formulate dal soggetto interessato (colui che del confidente diventerà poi la controparte processuale), ed essere poi consolidata in un "verbale congiunto". D'altro canto, la confessione non può essere revocata se non si prova che è stata determinata da errore di fatto o da violenza (art. 2732 cod. civ.). La prova di circostanze (errore, violenza) che escludano la coscienza e volontà è pertanto onere di colui che ha reso la dichiarazione. La norma è inderogabile, anche nel processo del lavoro, ove in mancanza di prova data dalla parte, il potere d'indagine del giudice è limitato alla ricerca dell'animus confidenti.

Legge e giustizia