Mobbing. Solo risarcimento in sede civile.

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Chi è vittima di vessazioni sul lavoro può solo chiedere i danni in sede civile

Il mobbing può essere solo risarcito (Cassazione 33624/2007)

Il “mobbing” non è un reato previsto nel nostro codice penale, per cui chi è vittima di comportamenti vessatori sul luogo di lavoro può solo intraprendere una causa civile per chiedere il risarcimento dei danni. Lo ha stabilito la Quinta Sezione Penale della Corte di Cassazione confermando la decisione del Gup di Santa Maria Capua Vetere che aveva pronunciato il non luogo a procedere nei confronti di un preside accusato di mobbing verso un insegnante. Il dirigente scolastico era stato accusato da una docente di “lesioni personali gravi in ragione dell’indebolimento permanente dell’organo della funzione psichica”, cioè in sostanza di mobbing, ma il giudice aveva ritenuto “insostenibile” la tesi espressa dall’accusa e dal consulente tecnico, rilevando che non era possibile individuare un atto al quale fossero riconducibili le cause della malattia dell’insegnante. Contro la sentenza avevano proposto ricorso in Cassazione il Pubblico Ministero e la parte offesa. La Suprema Corte ha però respinto i ricorsi spiegando che “con la nozione di mobbing si individua la fattispecie relativa ad una condotta che si protragga nel tempo con le caratteristiche della persecuzione, finalizzata all'emarginazione del lavoratore, onde configurare una vera e propria condotta persecutoria posta in essere dal preposto sul luogo di lavoro”, e che”la condotta di mobbing suppone non tanto un singolo atto lesivo, ma una mirata reiterazione di una pluralità di atteggiamenti, anche se non singolarmente connotati da rilevanza penale, convergenti sia nell'esprimere l'ostilità del soggetto attivo verso la vittima sia nell'efficace capacità di mortificare ed isolare il dipendente nell'ambiente di lavoro”. Il mobbing, pertanto, pur essendo una condotta riprovevole e sanzionabile civilmente, non costituisce un illecito penale, ed in tale sede non può pertanto essere perseguito. (19 settembre 2007)

Suprema Corte di Cassazione, Sezione Quinta Penale, sentenza n. 33624/2007

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE
QUINTA SEZIONE PENALE
Udienza in Camera di Consiglio del 9 luglio 2007
Composta dagli Ill.mi signori:
Dr. Giuseppe Pizzuti Presidente
Dr. Gian Giacomo Sandrelli Consigliere
Dr. Maurizio Fumo Consigliere
Dr. Maria Vessichelli Consigliere

Ha pronunciato la seguente sentenza sul ricorso presentato dalla Parte Civile I. C. e dal Pubblico Ministero di Santa Maria Capua Vetere avvero la sentenza di non luogo a procedere resa dal Giudice dell'Udienza preliminare presso il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere in data 3.11.2006 nei confronti di G. D. N. nato il 12.10.1949.

Sentita la Relazione svolta dal Cons. Gian Giacomo Sandrelli
Sentita la Requisitoria del Procuratore Generale nella persona del Cons. Giuseppe Febbraio che ha concluso per il rigetto dei ricorsi.

In fatto.
Ricorrono avverso la sentenza di non luogo a procedere resa dal GUP presso il tribunale di S. Maria Capua Vetere nel proc. A carico di G. D. N. sia il Pm, sia la Parte Civile I. C. , lamentando entrambi sia la erronea applicazione della legge penale sia la carenza di motivazione.

La vicenda attiene ad una annosa querelle tra la prof. I. C. , insegnante di sostegno presso l'Istituto d'arte di San Leucio, ed il preside della scuola, G. D. N. , sfociata in contenzioso amministrativo e, di poi, penale. L'accusa dedotta nell'attuale procedimento è di lesioni personali volontarie gravi in ragione dell'indebolimento permanente dell'organo della funzione psichica, in sostanza un comportamento riconducibile, come siesprimono le parti, nella condotta di mobbing [1].

Il giudice ha reso sentenza liberatoria sostanzialmente ritenendo "insostenibile" la tesi (espressa da C.T.) della riconducibilità alla nozione di lesione della mera alterazione del tono dell'umore attesa la natura transeunte ed assai comune e la difficoltà di individuare un atto a cui collegare eziologicamente la malattia.

In diritto
1) Sia le parti private sia il giudicante invocano, per l'attuale vicenda, la condotta di mobbing.
Con la nozione (delineatasi nella esperienza giudiziale gius/lavoristica) di mobbing si individua la fattispecie relativa ad una condotta che si protragga nel tempo con le caratteristiche della persecuzione, finalizzata all'emarginazione del lavoratore, onde configurare una vera e propria condotta persecutoria posta in essere dal preposto sul luogo di lavoro.
La difficoltà di inquadrare la fattispecie in una precisa figura incriminatrice, mancando in seno al codice penale questa tipicizzazione, deriva – nel caso di specie - dalla erronea contestazione del reato da parte del P.M.. Infatti, l'atto di incolpazione è assolutamente incapace di descrivere i tratti dell'azione censurata.
La condotta di mobbing suppone non tanto un singolo atto lesivo, ma una mirata reiterazione di una pluralità di atteggiamenti, anche se non singolarmente connotati da rilevanza penale, convergenti sia nell'esprimere l'ostilità del soggetto attivo verso la vittima sia nell'efficace capacità di mortificare ed isolare il dipendente nell'ambiente di lavoro.
Pertanto la prova della relativa responsabilità "deve essere verificata, procedendosi alla valutazione complessiva degli episodi dedotti in giudizio come lesivi … che può essere dimostrata per la sistematicità e durata dell'azione nel tempo, dalle sue caratteristiche oggettive di persecuzione e discriminazione, risultanti specificamente da una connotazione emulativa e pretestuosa….". (cfr. Cass. civ. Sez. L. 6.2006, Meneghello/Unicredit SpA., CED Cass. 587359).
2) E' approdo giurisdiziale di questa Corte che la figura di reato maggiormente prossima ai connotati caratterizzanti il cd. Mobbing è quella descritta dall'art. 572, c.p., commessa da persona dotata di autorità per l'esercizio di una professione: si richiama, in tal senso, per una situazione di fatto giuridicamente paragonabile – in linea astratta – alla presente Cass., sez. VI, 22.1.2001, Erba, ced Cass. 218201.
Ove si accolta siffatta lettura, risulta evidente che, soltanto per l'ipotesi dell'aggravante specifica della citata disposizione, si richieda la individuazione della conseguenza patologica riconducibile agli atti illeciti.

3) Se questa è la premessa di diritto (richiamata dalle parti processuali nei loro ricorsi e dal giudice nella decisione impugnata) non è dato vedere – nella contestazione formulata dalla pubblica accusa verso il D. N. – quale azione possa ritenersi illecita e causativa della malattia della C. . Non risulta – pertanto – illogica l'osservazione del giudice che lamenta la mancata individuazione degli atti lesivi, ciascuno dei quali difficilmente in grado di rapportarsi alla patologia evidenziata (malattia, a sua volta, non connotata da esiti allocabili cronologicamente – con sicurezza – quanto al suo insorgere, così da evidenziare l'autore del fatto illecito e le circostanze modali dell'azione lesiva).
D'altra parte, in carenza financo di una prospettazione espressamente continuativa (la condotta è, tuttavia, contestata "sino all'aprile 2003" senza richiamo all'art. 81 cpv. c.p.), è ben ardua la ravvisabilità del rapporto di cui all'art. 40 c.p. di una singola ingiuria o di una sola propalazione diffamatoria o intimidativa (i cui contorni restano oscuri, non essendo assolutamente specificati nell'addebito di accusa). Gli stessi atti di impugnazione richiamano la pluralità di gesti ostili, senza che – peraltro – degli stessi vi sia indicazione (se non indebitamente generica) nella formale incolpazione.
Non è, conseguentemente data la ravvisabilità dei parametri di frequenza e di durata nel tempo delle azioni ostili poste in essere dal soggetto attivo delle lesioni personali, onde valutare il loro complessivo carattere persecutorio e discriminatorio.
4) Trascurando quanto attiene alla già resa valutazione della prova, incompatibile con il giudizio di legittimità, le censure addotte sono infondate poiché pretendono dal GIP. Di considerare una "reiterazione" di condotte, non compiutamente contestata; inoltre riferita ad azioni in sé prive di potenzialità direttamente lesiva dell'integrità della vittima (come ingiurie, diffamazioni, ecc. ), o prive di riscontri di esiti obiettivamente dimostrabili.
Per questa ragione, non si rileva né carenza né illogicità della motivazione, attesa la radicale insufficienza della contestazione a contenere possibili sviluppi dibattimentali dell'accusa (ben avendo potuto, già in sede di udienza preliminare, il PM. Procedere a piu' confacente contestazione) ed a sviluppare un possibile compendio probatorio ex art. 422 c.p.p. onere che grava principalmente sull'organo di accusa.

I ricorsi vengono rigettati: da tanto consegue la condanna della parte civile al pagamento delle spese del procedimento.

P.Q.M.

Rigetta i ricorsi e condanna la parte civile al pagamento delle spese del procedimento.
Così deciso in Roma, il 9 luglio 2007-09-06
Il Cons. estens. Il Presidente.
DEPOSITATO IN CANCELLERIA
IL 29 AGOSTO 2007