Benvenuti sul sito dell'Unione Sindacale Italiana!

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Gli articoli, i comunicati, le lotte, le iniziative, delle sezioni locali e nazionali, hanno un permanenza non lunga nella pagina per fare posto a nuovi documenti. Pertanto in automatico tutto viene archiviata. I/Le compagni/e interessati a documentazione non più presente nel sito, possono fare richiesta alla sede di Milano.

Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il Quarto Stato (1901), olio su tela, cm 293x545, Milano, Museo del Novecento, Palazzo dell'Arengario. « Siamo in un paese di campagna, sono circa le dieci e mezzo del mattino d'una giornata d'estate, due contadini s'avanzano verso lo spettatore, sono i due designati dall'ordinata massa di contadini che van dietro per perorare presso il Signore la causa comune...  »

L'EMANCIPAZIONE DEI LAVORATORI SARÁ OPERA DEI LAVORATORI STESSI

L'Unione Sindacale Italiana, sezione italiana dell'A.I.T. (Association Internacional de los Trabajadores) fondata nel 1912, disciolta dal fascismo nel 1922, si è faticosamente ricostituita alla fine degli anni settanta. 

L'USI è l'organizzazione nazionale di tutti i salariati, i precari e disoccupati, di ogni sesso e nazionalità residenti in Italia che si propongono di raggiungere con le proprie forze l'emancipazione dell'uomo liberandosi da qualsiasi dominio economico, politico, morale. (Art. 2 Principi dell'USI) 

Coerentemente con gli scopi che si prefigge, l'USI tende all'autorganizzazione dei lavoratori; pratica la democrazia diretta; si fonda sui principi dell'autogestione; non è dipendente nè tributaria di alcun partito politico,di alcun movimento specifico, di alcun dogma religioso o laico.

L'Autogestione delle Lotte per l'Autogestione del Lavoro

 

Il dramma attuale 20 volte più elevato della tratta negriera!

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Ultimo aggiornamento Lunedì 20 Aprile 2015 14:05 Scritto da Sandro Lunedì 20 Aprile 2015 13:55

Depuis que les indépendances ont été proclamées en Afrique,

le bilan en vie humaine serait 20 fois plus élevé que celui durant toute la traite négrière.

A nos amis écologistes et autres, je vous dis merci!

Pourquoi ce drame africain en 2015?

Merci pour le message, nous n’avons pas des chefs d’états mais des négriers génocidaires dans le vrai sens qui aident le pillage du continent Africain à ciel ouvert sans remord dans des conditions pire que la traite négrière. Le bilan en vie humaine  serait  20 fois plus élevé que  celui   durant toute la traite négrière. Cela  s'est fait  à peine en un peu plus de 50 ans seulement «d’indépendance ». Il suffit de voir le nombre d’africains qui meurent chaque jour dans les océans qui laissent ces chefaillons négriers de marbre pour échapper  à l’enfer  sur terre que les dirigeants africains imposent aux populations  d’Afrique « Noire comme Blanche».  Les africains vivent dans des tombeaux ouverts, personne ne viendra les  aider s’ils ne font   le premier  pas  vers  des révolutions et révoltes sociales saines comme les européens  loin des idéologies religieuses des clergés qui sont capables le pire en encourageant des guerres civiles d’exterminations  interconfessionnelles entre  les communautés, ethnies et tribus sur la base d’une différence de la croyance et la foi en Dieu chanteront ils.

Feu Khadafi «paix à son âme » était efficace au début de son règne, peu à peu il s’est fait avoir de plus bel par des charlots menteurs africains «maghrébins et noirs africains»  qui ricanent en tuant allant jusqu’à lui faire la proposition de diviser le Nigeria en deux, Nord musulman, Sud chrétien, vous voyez ô combien il ne pouvait conduire l’Afrique vers les états unis d’Afrique avec ces genres d’idées séparatistes ? C’était contradictoire, prôner l’unité de l’Afrique d’un côté en divisant des pays déjà assez divises etc..  Rien n’est respecté, sur plan écologique, c’est plus que la catastrophe. Je suis très reconnaissant en vers les réseaux écologiques et autres sur  ce qu’ils font, je suis leurs activités remarquables même si cela ne se voit pas. Pour ma modeste personne, il n’est plus question de rejeter la faute, la responsabilité de nos échecs sur les autres, c’est trop facile de dire ah non, ce n’est pas de ma faute pendant qu’on chante, excite, harangue des foules qu’on a affamées avec  des grands discours des principes de nos indépendances datant les années 1960.

Il est temps qu’on se remette en cause, qu’on se remette en question nous africains, notre problème est que nous n’arrivons pas à dépasser l’ère des conflits et guerres d’indépendances datant  des années 1900 alors que nous sommes bien en 2015 ; je ne suis pas dans un rêve, nous sommes bien en 2015 alors faisons les bilans depuis l’obtention de nos indépendances? Il manque cruellement à l’Afrique des têtes pensantes patriotes, sincères.  Nous n’avons que des crapules qui cachent leurs incompétences notoires derrière des diplômes qu’on a l’impression qui nous tombent du ciel en rejetant toujours la faute sur l’autre, des hâbleurs  à l’infinie qui se prennent comme des rois de la connaissance, maitres du savoir sur terre avec des doctorats en palabre interminable.

L’Afrique a besoin de la technologie, de l’énergie, de l’industrialisation, l’agro-alimentaire etc.. Non des philosophes de la littérature moderne ou ancienne qui dressent les populations les unes contre les autres sur des mensonges. Nous avons besoin du concret pas plus ni moins, je pense si les européens commencent déjà à demander sérieusement des comptes à leurs dirigeants où vont leurs aides concrètement qu’ils nous chantent à longueur de la journée, ça pourra aider les victimes africaines qu'on n’écrase comme des parasites sur terre. Comment peut on aider des états sans faire des moindres contrôlés rigoureux derrière sur l’utilisation et la destination finale des aides d’autant plus leurs problèmes s’aggravent de plus en plus ?  On donne puis on se contente de lire des rapports bidon, mensongers non il y a bien complicité quelque part je pense??

Diko hanoune

   

Per una critica radicale dell'economia politica

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Ultimo aggiornamento Lunedì 20 Aprile 2015 13:18 Scritto da Sandro Lunedì 20 Aprile 2015 13:17

riv.anarchica

Per una critica radicale dell'economia politica

Riccardo Frola

Dieci anni prima dello scoppio del crack finanziario, su una rivista tedesca del 1995, un caustico pubblicista di nome Robert Kurz raggelava l'euforia dei Nineties, sostenendo che «se l'estate siberiana del boom fordista nel dopoguerra» era stata già breve, «l'epoca seguente del “capitalismo da casinò”» degli anni '80 e '90 sarebbe stata «ancora più breve» (1). La crisi finale, anzi, era già in corso dagli anni '70 e presto uno scoppio fragoroso l'avrebbe annunciata al mondo. «Crisi?... quale crisi?», chiosavano nel frattempo gli osservatori economici, e la tesi di Kurz restò «voce di uno che grida nel deserto». Gli «uomini il cui orizzonte è il mercato – commentò Kurz –, [...] “credono” alla crisi assoluta solo quando loro stessi mangiano dalla pattumiera».

Quattro lustri dopo, quando anche il soddisfatto «ceto medio ha iniziato a frugare nei contenitori» (2) dell'immondizia, le idee della «critica del valore» che Kurz ha elaborato con E. Lohoff, N. Trenkle, A. Jappe fra gli altri, cominciano a suscitare meno indifferenza: sic transit gloria mundi.

Nello scorso mese di giugno è uscito, per Mimesis, Terremoto nel mercato mondiale (Mimesis, Milano, 2014, pp. 86, € 5,90), di Trenkle e Lohoff. Il libretto, in poche pagine, rende gli strumenti del pensiero marxiano adatti a ristabilire il giusto nesso tra «l'enorme bolla dei mercati finanziari» e la più generale crisi del capitalismo. Il lettore viene così scrollato dall'ipnosi, di sapore antisemita, delle attuali «personificazioni» della crisi che vanno dalle urla contro la casta degli speculatori, ai deliri del signoraggio. Attribuire responsabilità esclusivamente al capitale finanziario, inoltre secondo gli autori, significa rovesciare la «connessione di causa-effetto» della logica capitalistica. La vera causa del tracollo si trova sotto la superficie finanziaria, nelle profondità contraddittorie del meccanismo capitalista. Ma di quale contraddizione parla la «critica del valore»? Per Marx - riferimento teorico insostituibile - il valore di una merce è dato dal tempo di lavoro speso per la sua produzione. Il «lavoro» che dà sostanza al valore però, il lavoro astratto, è un'astrazione tipica del solo capitalismo, una funzione che riduce tutti i differenti lavori concreti a «quantità di tempo indifferenziato speso per produrre una merce» (3). Una merce rappresenta, sul mercato, una mera quantità di lavoro astratto in base alla quale può essere scambiata con altre che esprimano una quota uguale della medesima sostanza.

Nel meccanismo di valorizzazione, anche i lavoratori sono privi di differenze e ridotti a semplici portatori di capacità di lavorare: una capacità qualsiasi da riversare nelle diverse branche della produzione. Un operaio può sempre essere convertito in centralinista, purché lavori e produca valore. In questo gioco sociale, la capacità di lavorare diventa una merce (la forza-lavoro) da vendere agli imprenditori in cambio di un salario. I capitalisti hanno il ruolo di generare nuovo valore costringendo i portatori di forza-lavoro a lavorare più tempo di quanto sia necessario a riprodurre il valore che costano. Per ottenere questa «estorsione di plusvalore», i proprietari di capitale sono costretti ad aumentare ossessivamente la produttività, rinnovando il potenziale tecnologico.

Ma, ed è questa la contraddizione centrale, la rincorsa tecnologica ha condotto, negli ultimi trent'anni, ad un livello di produttività così alto che il lavoro umano – l'unica merce in grado di generare valore – è diventata superflua per la produzione. Il capitalismo ha segato il ramo sul quale era seduto. Negli anni '80, però, il crollo fu rimandato proprio grazie alla stampella del capitale fittizio e l'accumulazione sembrò così ripartire.

Ma, nello scambio di prodotti finanziari, anche se il denaro venduto come merce ritorna accresciuto, si accresce soltanto di una sostanza fittizia, non basata su «valore effettivo». Con la creazione di titoli, infatti, si anticipa un valore – che viene utilizzato da subito come fosse «reale» –, sperando nella sua futura effettiva realizzazione nel processo di produzione. Come in un incantesimo, il capitale si accresce, raddoppia secondo dinamiche che il libro spiega con originalità; ma la massa di valore, la vera sostanza della ricchezza capitalista, non aumenta di un grammo.

Tuttavia, se il valore anticipato non viene poi generato nella produzione di merci tramite impiego di forza-lavoro, il meccanismo crolla: tutte le bolle finanziarie, in ogni crisi, sono scoppiate.

Che fare?

In un contesto in cui il lavoro – restando la base di una società in cui senza vendere forza-lavoro non è possibile accedere alle risorse – si è trasformato in una comparsa costretta a recitare sul palco tecnologico-informatico soltanto per qualche minuto; autorevoli esponenti politici propongono con acume di trasformare i «servizi per il lavoro in un diritto di cittadinanza» (4). Per farne cosa?

E i tentativi di risanamento e austerità? Secondo gli autori: una drammatica fiction degli Stati per conservare credibilità sui mercati finanziari e rimandare di un poco il crollo della montagna di promesse di pagamento ormai insolvibili.

La critica radicale piuttosto, ecco la proposta del libro, dovrà dirottare la produzione verso i bisogni concreti svincolando la società dalle assurde contraddizioni della logica del valore. Voler mantenere in vita artificiale il cadavere del capitalismo, condannando milioni di disoccupati a cercare, per sopravvivere, di interpretare ancora quel ruolo superfluo che qualcuno favoleggia di trasformare in un «diritto» o a morire di fame in mezzo all'abbondanza sarebbe, secondo gli autori, la più grande «occasione mancata» della critica dell'economia politica.

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Note

1.    R. Kurz, «La fine della politica e l'apoteosi del denaro», Manifestolibri, p.119

2.    Sono dichiarazioni di M. Iazzolino, segretario generale della fio.PSD

3.    A. Jappe, in Gruppo Krisis, Manifesto contro il lavoro, DeriveApprodi, p.126

4.    È quanto ha sostenuto G. Cuperlo, Corriere della sera 23/09/2014

   

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